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Luigi Dell’Orbo ci accompagna alla scoperta del romanzo “Audizione” di  Katie Kitamura.

Data di pubblicazione:

Katie Kitamura, Audizione, Bollati Boringhieri, 2025

Katie Kitamura, scrittrice americana nata in California nel 1979, ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali dal 2017, tra cui il premio Gregor von Rezzori e il Notable Book del New York Times. I suoi romanzi brevi e sofisticati sono stati tradotti in vari paesi. L’ultimo libro, Audition, è stato pubblicato negli Stati Uniti nell’estate del 2025 e proposto dopo pochi mesi in Ialia da Bollati Boringhieri nella limpida traduzione di Costanza Prinetti. La storia si apre con la protagonista, un’attrice teatrale, voce narrante di cui ignoriamo il nome, che incontra a pranzo in un ristorante di Manhattan un giovane della metà dei suoi anni. La donna rimugina fra sé molte domande; si mette dal punto di vista dei clienti che di sottecchi li osservano facendo prevedibili insinuazioni, poi vede entrare suo marito Tomas che, come cercasse qualcuno che non trova, repentinamente esce, senza sia chiaro se abbia visto o meno la moglie. Il giovane, che si chiama Xavier, scopre a questo punto le carte e sorprendentemente rivela la ragione del suo pressante bisogno di parlarle in privato, dicendole: “Credo che lei potrebbe essere mia madre”. Lei scoppia “in una risata di puro stupore. Scusami, dissi, ma è impossibile.” La questione sembrerebbe chiudersi con un’articolata spiegazione su come possa esser nato l’equivoco da un’intervista giornalistica, ma il giovane Xavier non molla la presa: riesce nelle settimane seguenti a diventare assistente della regista con cui la protagonista sta elaborando in teatro le ultime prove di una pièce complessa che la mette in difficoltà. Il travaglio interpretativo avviene sotto gli occhi dell’avvenente ragazzo la cui figura non si sa bene come leggere: un abile impostore? Un tardo adolescente confuso e in cerca di una sua propria strada? Non ci sono risposte univoche. Lo spettacolo avrà un grosso successo sia di critica che di pubblico: la nostra attrice ha alla fine compreso come interpretare quel punto di snodo della rappresentazione, a cavallo fra primo e secondo atto, dando allo spettacolo il giusto pathos. Forse un parallelismo con il libro che il lettore ha fra le mani: trova anche tu la chiave di lettura.
La prima parte del romanzo si chiude in questo modo; come a teatro si spalanca il sipario della seconda e la situazione appare al lettore del tutto rivoluzionata: la protagonista e il
marito Tomas sono seduti sul divano nel salotto della loro casa newyorkese intenti a discutere del fatto che il loro figlio Xavier vorrebbe ritornare a vivere con loro solo per qualche mese, parlano del suo lavoro di assistente alla regista e della sua decisione, che poco convince il padre, di posticipare la laurea di un semestre. A questo punto, inevitabilmente, ci si chiede come decifrare il racconto; e ci si domanda anche se esista un punto che, come nella pièce interpretata dalla protagonista, permetta di capire il senso di questa ambiguità così apertamente esibita. Siamo di fronte ad una spiazzante incertezza interpretativa che non sappiamo se leggere in chiave psicologica o come semplice artificio narrativo. La prosa di Kitamura, però, è profondamente intimistica, più orientata allo sguardo interiore che alla rilevazione dei fatti, una scrittura delicata e profonda, alla Henry James per intendersi, che ci metterebbe comunque in guardia di fronte ad un travisamento così esplicito della realtà. Potrebbe essere, dunque, un’ambiguità in chiave narrativa: vedere i medesimi personaggi in situazioni esistenziali differenti saggiandone la tenuta, ma personalmente non ne sono convinto.
In genere le letture critiche, a parte il profluvio di elogi, concordano su un punto che dice tutto per non dire niente: l’
ambiguità come cifra vitale di questa scrittrice che potremmo leggere nella chiave pirandelliana del più classico così è se vi pare. Potrebbe però anche non essere questa la cifra più consona di un romanzo sinuoso e avvolgente come Audizione, tutto orientato ad una metaletteraria teatralità: non per nulla è diviso in due parti come fossero atti scenici. La finzione sta nella prima parte o piuttosto nella seconda? Qualche spiraglio interpretativo differente compare nelle ultime pagine dove parrebbe emergere il suggerimento di prendere alla lettera il primo atto e di interpretare in modo allusivo il termine figlio che compare nel secondo, ma è bene che ogni lettore affronti in autonomia la sfida che questo raffinato romanzo gli porge, senza indirizzare l’interpretazione in un senso o nell’altro.
Una cosa è certa: l’ambiguità di Kitamura è dal punto di vista narrativo una scelta feconda.

Luigi Dell’Orbo

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