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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” di Michele Ruol, finalista alla LXXIX edizione del Premio Strega (2025).

Data di pubblicazione:

Michele Ruol di professione è medico anestesista e l’Inventario è la sua opera d’esordio edita lo scorso anno da una casa editrice piccola e di nicchia, Terrarossa, con sede ad Alberobello. Una casa editrice seria, dedita alla ricerca di nuove vie della narrazione, di carattere anche sperimentale, come potremmo definire il romanzo di Ruol. Già lo scorso anno il testo riscosse significativi riscontri: premio Giuseppe Berto, premio Fondazione Megamark, quest’anno è finito addirittura nella cinquina dello Strega. Per un esordio, inoltre presso un piccolo e periferico marchio, questo iter ha un che di straordinario.

L’Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un romanzo di ricerca, ammesso che questo termine novecentesco abbia ancora un senso, assolutamente leggibile. Altrimenti non sarebbe arrivato dove si trova, intendiamoci: i numi tutelari della scrittura di Ruol li ha dichiarati lui stesso: Richard Yates e Agota Kristof, maestri di scrittura algida e asciutta, non Robbe-Grillet o Balestrini, per intenderci.

È comunque un libro che paragonato alla consueta produzione svetta per originalità di scrittura e costruzione; mi è balzata in mente, leggendolo, una frase di Walter Benjamin che, andando a memoria, esprime questa idea: gli uomini trasmettono storie, e le cose sono “la casa in cui esse abitano”. Le cose sono gli oggetti che ci circondano i quali hanno il potere di trattenere in sé le tracce degli eventi di vita di chi le ha utilizzate. La costruzione dell’Inventario è basata su questo assunto: il luogo in cui si dipana è una casa suddivisa negli ambienti dai quali si compone, ingresso, salotto, camera di un figlio, camera matrimoniale, e così via e infine un’auto in cui si esplora quel che è rimasto abbandonato nel bagagliaio, nell’abitacolo e nel tettuccio. In ognuno di questi ambienti, presentati con una stringatissima nota simile alla didascalia nei copioni teatrali, si rilevano gli oggetti presenti i quali, come se ci parlassero di quel che intorno a loro è vissuto, danno spunto alle novantanove micronarrazioni che compongono il breve romanzo.

Gli eventi narrati, evitando una rigida cronologia temporale, cioè, saltando avanti e indietro con massima libertà, ricostruiscono la storia drammatica di una famiglia volontariamente lasciata anonima in cui agiscono quattro personaggi: Padre, Madre, Maggiore e Minore, i due figli. Lo si capisce già dalle prime righe: i ragazzi sono morti in un incidente e la narrazione si spinge a ricostruire la tormentata rielaborazione del lutto da parte dei genitori, spingendosi fino a venti anni dopo i fatti accaduti. Il rapporto fra Madre e Padre viene presentato dall’inizio, da ben prima la nascita dei ragazzi ed è tutt’altro che idillico, ma come tutte le realtà della vita, contraddittorio e pieno di non detti. La morte traumatica dei figli in un incidente che causa anche l’infermità totale di un amico che viaggiava con loro scatena un inferno di domande e di sensi di colpa, oltreché un processo penale sulla responsabilità dei fatti che vedrà condannata la famiglia al risarcimento. Occorrono vent’anni ai due innominati genitori per trovare una qualche soluzione di sopravvivenza emotiva all’incendio della loro vita.

Michele Ruol utilizza una prosa tagliente e nitida, assolutamente fredda per evitare di cadere nella trappola della pornografia del dolore che tanto piace in questi anni, raggiungendo comunque l’obiettivo di colpire il lettore. Ci guida a dipanare la matassa dei ricordi trasmessi dagli oggetti, ricostruendo a colpi di istantanee un gruppo di famiglia in un interno, verrebbe da dire, anche se questo romanzo con Visconti non ha alcuna parentela; dovessi cercare un aggancio filmico, anche vago, penserei alle prime prove dei fratelli D’Innocenzo, a Favolacce, perché in definitiva il male di vivere che attanaglia i genitori si riverbera negli agiti irrazionali dei figli che bruciano per nulla la propria vita, incendiando la foresta che li circonda, in senso metaforico e reale.

Un romanzo, comunque che colpisce nel segno e si fa ricordare grazie a una scrittura volontariamente “raffreddata” e ad un’ardita e originale costruzione.

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