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Segnalazioni librarie

Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta dell’ultimo romanzo “Cartagloria” di Rosa Matteucci.

Data di pubblicazione:

Rosa Matteucci, Cartagloria, Adelphi, 2025.

I romanzi di Rosa Matteucci, nata nel 1960 ad Orvieto, sin dal suo esordio con Adelphi, pescano nell’inconsueto vissuto biografico dell’autrice. Rosa Matteucci ha raccontato spesso che il suo ingresso nel mondo della scrittura è conseguente alla morte del padre causata da un incidente stradale e dalle inadeguate cure ricevute: per cercare un senso alla perdita si gettò nell’esperienza di un viaggio a Lourdes come volontaria Unitalsi, di cui lo strepitoso e omonimo romanzo d’esordio costituisce un tragicomico reportage: Lourdes, pubblicato nel 1998, unica scrittrice italiana vivente ammessa da Roberto Calasso per le sue prestigiose edizioni.
Dopo quasi trent’anni, dichiara Rosa Matteucci,
Cartagloria, intende chiudere il cerchio della ricostruzione dei ricordi, offrendo ancora una volta un tributo alla memoria di questo padre amatissimo e scellerato che non poco ruolo ebbe nelle penose esperienze di vita di lei bambina. Il romanzo, costruito in modo così libero che non passerebbe mai al vaglio della mediocrità insegnata nelle scuole di scrittura, inizia con un capitolo in cui il padre, in vesti di generale durante le guerre napoleoniche, ha nominato la figlia bambina fante-cuciniera e la poveretta arranca nella campagna in cerca di poche vivande per la mensa dei marescialli e di acqua per la quotidiana toilette del genitore. Quale sarà la battaglia che li attende? Quella di Austerliz? Forse… non lo sa. Di una cosa però è certa: “…la mia infanzia fu una sanguinosa, ininterrotta lotta all’arma bianca, dove la sceneggiatura voluta da Dio non prevedeva armistizio, ritirata, resa al nemico.”
I colpi di cannone si confondono con i rintocchi delle campane del borgo in cui vivono, in una villa che sta per essere alienata perché il patrimonio di famiglia si è dissolto come neve al sole. La campana le ricorda che tutte le compagne di scuola si apprestano alla prima comunione, ma lei no, perché nessuno in famiglia in quei mesi che preludono alla catastrofe si è ricordato di passare dal prete per iscriverla al catechismo: niente catechismo, niente prima comunione. Nella mente della piccola si apre per la prima volta quello che sarà il segno distintivo della sua vita: il tarlo dell’inappartenenza, cioè la condizione di esclusione da ogni “normalità” di vita e da ogni comunità definita. La sua reazione sarà l’opposto della recriminazione e della lagna: si metterà in fila in chiesa per ricevere lo stesso, abusivamente, la comunione; resisterà, racimolando quel che di commestibile trovava in giro, al fatto che nessuno le facesse più da mangiare, ma la cosa più difficile sarà trovar rimedio alla ferita infertale dal non udire, almeno una volta, qualcuno che le dicesse: ti voglio bene. Per questo le ci vorrà un’intera la vita.
Ma attenzione: i romanzi di Rosa Matteucci non sono infarciti di psicologismo, facile ingrediente per palati qualunque, non tralignano nell’intimismo, stanno alla larga fa ogni deriva pseudo femminista. Sono tutt’altro, in primo luogo perché saturi, non solo di ironia, ma di comicità allo stato puro, qualsiasi sia il tema che affrontano, anche quello della morte: ben sappiamo infatti che l’altra faccia del tragico è appunto il comico. Inoltre, sono scritti con una lingua difficile da definire: un pastiche linguistico? La ricerca ostentata di termini desueti? No, risponde lei in una recente intervista: “ Io scrivo – dice – come parlo”.
Ma non prendiamo troppo sul serio queste rivendicazioni di
naïveté perché il linguaggio dei suoi romanzi è stato oggetto di tesi di laurea in italianistica; in realtà si tratta di una lingua letteraria alta, che ci riporta forse a Gadda, certamente a Landolfi e che si ibrida a volte provocatoriamente con il parlato, talvolta addirittura con lo scurrile, perché l’ironia e la capacità di non prendersi troppo sul serio hanno la prevalenza su ogni altro approccio.
Cartagloria ripercorre ancora una volta le fila degli eventi che ci ha narrato in altri romanzi, ma questa volta con l’intento di delineare l’itinerario della propria ricerca spirituale che, dagli interessi mistici coltivati anche dal padre, l’hanno condotta a confrontarsi con il buddismo, l’induismo per poi approdare al cattolicesimo, non quello che va in onda in questi anni, ma quello preconciliare, delle cartagloria appoggiate sull’altare, con il sacerdote che volta le spalle ai fedeli.
Da qui il titolo.
Non so se Rosa Matteucci potrebbe riconoscersi oggi nella definizione di scrittrice cattolica e francamente non mi interessa. I suoi libri vanno letti perché sono meravigliosi e se esiste un Dio, in qualsiasi cielo abiti, la benedica e la compensi per averceli donati.

Luigi Dell’Orbo

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