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CUORE DI TUONO, LA REALTÀ DIETRO LA FINZIONE

Franco Piccinini ci propone film e libri partendo da “Thundeheart – cuore di tuono”.

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CUORE DI TUONO, LA REALTÀ DIETRO LA FINZIONE

Nell’articolo della volta precedente, mentre parlavo di Tony Hillerman, ho trovato naturale ricordare il film “Thundeheart – cuore di tuono”. In effetti, lo schema narrativo è analogo: un’indagine di polizia all’interno di una riserva indiana. Hillerman si occupa dei nativi del sud – ovest, Navajo e Hopi, e descrive luoghi della geografia americana come Arizona, Nevada e Nuovo Messico. Qui si parla dei Sioux, o meglio dei Lakota (come preferiscono essere chiamati) e l’ambientazione si sposta nel Dakota, all’interno della riserva di Pine Ridge. Tuttavia le somiglianze sono molto evidenti, tanto che ho sempre avuto il sospetto che i gialli di Hillerman possano essere stati fra le fonti d’ispirazione. Nel film c’è in più una serie di riferimenti a fatti realmente accaduti, che hanno fornito l’ispirazione.

La pellicola è interpretata dal compianto Val Kilmer (recentemente portato via dalle complicazioni di un tumore alla gola) circondato da alcuni attori di origine nativa; John Fusco ne ha scritto la sceneggiatura e successivamente ne ha ricavato anche un romanzo (pubblicato in USA da Harper & Collins nel 1992). Bisogna ricordare che Fusco, nonostante il nome tradisca evidenti origini italiane, è fratello di sangue dei Sioux Oglala. Questa è l’America, gente!

La storia, diretta da Michael Apted, è un thriller di intrigo politico vagamente ispirato a eventi reali, che hanno coinvolto l’American Indian Movement e il Federal Bureau of Investigation.

Val Kilmer qui interpreta Ray Levoi, un agente dell’FBI di parziale discendenza Sioux (in realtà Kilmer era di sangue irlandese e cherokee). Il giovane agente è inviato dall’Agenzia a indagare su un omicidio in una riserva indiana, per sfruttare le sue origini che lui però rinnega. Mentre indaga, è tenuto sotto sorveglianza da un suo superiore che non ama i nativi, interpretato dall’attore e scrittore Sam Shepard. Ben presto quello che inizia come un incarico di routine diventa un’indagine complessa, che spinge l’agente federale Levoi a una presa di coscienza personale e a un’immersione profonda nell’identità e nella cultura indigena, mentre scopre tutta la corruzione dei bianchi.

Ecco i punti salienti di cui tenere conto.

  1. Kilmer è al massimo della sua capacità attoriale: misurato, complesso e profondamente umano. Lo vedi cambiare mentre la storia si sviluppa, non solo imparando chi è, ma anche facendo i conti con questo. È un’interpretazione più interiore e conflittuale di quella che di solito associamo a lui e, a mio giudizio, una delle sue migliori: del resto è un attore completo, che poteva fare blockbuster come “Top Gun” o “Batman forever”, cult classici come “Tombstone” oppure film indipendenti e introspettivi, come “The Doors” o come questo.
  2. Sam Shepard (che è un commediografo, ma anche autentico cow boy nella vita privata) qui è particolarmente bravo: è contemporaneamente paterno e ambiguo, apparentemente ligio al dovere ma anche infido come un serpente a sonagli.
  3. Fred Ward si è segnalato in film come “Uomini veri”, ricostruzione del progetto spaziale Mercury (dove lavorava a fianco di Sam Shepard), ma anche nel ruolo dello scrittore Henry Miller in “Henry e June”. Con la sua faccia da duro è il villain più adatto per questo tipo di intrecci: odia gli abitanti della riserva, vuole sfruttare i loro terreni a costo di avvelenarli e gira con una banda di uomini armati, in perfetto stile M.A.G.A.
  4. Graham Greene, canadese, appartenente al popolo degli Oneida, qui è eccellente come sempre. Lo abbiamo tutti apprezzato in film come “Balla coi lupi”. La scena dove “legge” lo spirito di Kilmer è da antologia.
  5. Altre scene davvero memorabili sono quelle in cui Ray Levoi entra nel mondo degli spiriti e ha una visione a occhi aperti del massacro di Wounded Knee, scoprendo di essere la reincarnazione di un mitico guerriero Sioux chiamato Thunderheart, cioè Cuore di Tuono.

 

Per chi non lo ricordasse, Wounded Knee è uno degli episodi più disgustosi delle cosiddette guerre indiane. Un gruppo di cavalleggeri circondò una tribù che era uscita dalla riserva e assaltò il loro accampamento nei pressi di un fiume, massacrandoli tutti. Si erano già arresi, quando scoppiò un litigio durante la consegna delle armi: tanto bastò perché con le mitragliatrici fossero tutti falciati. Alla fine restarono sul terreno uomini, donne e bambini, in una cifra che gli storici calcolano tra 250 e 300. Furono rapidamente sepolti in fosse comuni e la cifra esatta non si potrà mai stabilire. Successivamente l’esercito cercò d’insabbiare il massacro, parlando di un episodio di guerra, “dimenticando” di specificare che i Lakota erano già stati disarmati. Probabilmente, si trattò di una “vendetta” per l’uccisione di Custer alla battaglia di Little Big Horn. L’episodio, assieme ad altri, è stato ricordato in resoconti che dovrebbero essere ormai noti a tutti e io qui mi limito a suggerire i tre principali: “Alce Nero parla” (Black Elk speaks, 1931) di John G. Neihardt, “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” (Bury my heart at Wounded Knee, 1970) di Dee Brown e “Gli spiriti non dimenticano” (Mondadori, 1996) di Vittorio Zucconi.

 

Il film è stato preceduto dal documentario “Incident at Oglala”, diretto dallo stesso Michael Apted e uscito con la voce narrante di Robert Redford (che lo ha co-prodotto). È la ricostruzione, poi tradotta in finzione dallo stesso Apted in “Cuore di tuono”, di un fatto accaduto nel Dakota a metà degli anni Settanta. Durante le proteste per ottenere i loro diritti, alcuni giovani Sioux occuparono l’area intorno a Wounded Knee. Furono circondati dai Marshall e dai federali e ci furono trattative ma anche scontri. Qualche tempo dopo tre indiani d’America furono ingiustamente processati per la morte di due agenti dell’FBI. Il film parte proprio dalla morte dei due agenti del Federal Bureau of Investigation, Jack R. Coler e Ronald A. Williams, nella riserva indiana di Pine Ridge il 26 giugno 1975. Grazie a prove false vengono accusati tre membri dell’American Indian Movement. Era chiaro che non erano stati loro, ma in quel momento era considerato politicamente conveniente neutralizzare il loro attivismo (come era già accaduto per Martin Luther King, Malcom X e altri nel decennio precedente).

Così le prove a discarico vengono ignorate. Al processo due di loro sono poi assolti, mentre il terzo, Leonard Peltier, viene condannato. Peltier, poeta, compositore e attivista per i diritti degli indigeni americani, resta incarcerato per decenni per duplice omicidio, in seguito a una condanna contestata e tuttora molto dubbia. Il documentario ce lo mostra mentre affronta gli ultimi anni della sua vita: intanto una nuova generazione combatte per farlo uscire di prigione prima che per lui sia troppo tardi.

Ma muore in carcere.

Nel frattempo John Trudell, uno degli altri attivisti, ha avuto la famiglia bruciata nel misterioso incendio della loro casa: pure questo episodio è ricordato in Thunderheart ed è uno dei motori della vicenda.

 

Vittorio Zucconi scrive così nel suo reportage “Gli spiriti non dimenticano”: «William LaMont, uno dei leader dei circa 20 mila che vivono nella riserva, ha ammesso quello che tutti sanno: ‟Non abbiamo i mezzi per curare le Badlands e abbiamo bisogno dell’aiuto dell’uomo bianco e dei suoi soldi, se vogliamo riprenderle”. Orgogliosi e nobili guerrieri da cent’anni trasformati in bambini bisognosi dell’elemosina da chi li ha ridotti così, per campare. Se campano, perché è proprio fra i teen agers indiani, e soprattutto Sioux, che le statistiche registrano la massima incidenza di suicidi. Altri spettri fra gli spettri delle terre cattive.» (V. Z.)

 

Franco Piccinini

 


Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:

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