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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo “Il cuoco giapponese” di Lucia Visonà.

Data di pubblicazione:

Lucia Visonà, Il cuoco giapponese, Einaudi, 2026

Singolare ed allegro l’esordio narrativo di Lucia Visonà, che, ci illustra la nota biografica, è nata a Desenzano del Garda e risiede a Parigi dove insegna storia antica all’università. Il romanzo è prima di tutto un omaggio affettivo alla capitale francese che viene percorsa dai protagonisti con dettagli toponomastici affatto stucchevoli, rivelanti invece un’ardente passione per i suoi meravigliosi anditi, sofisticati e popolari al tempo stesso. Il romanzo racconta la storia di Hugo, ventenne proveniente da un piccolo centro agricolo vicino a Clermond Ferrant che sbarca a Parigi per andare alla Sorbona a studiare legge, grande sogno di suo padre, piccolo commerciante di paese, il primo a vantarsi di aver fatto la tessera del Front National ai tempi di Le Pen padre. Un figlio avvocato lo fa sognare e una domenica mattina, appena prima dell’inizio dei corsi, carica sulla sua utilitaria il ragazzo con uno scarno bagaglio e lo conduce nella capitale, alloggiandolo in un piccolo monolocale in affitto. Scarica Hugo sul marciapiede e vista l’impossibilità di parcheggiare se ne torna imprecando contro il traffico di Parigi. Il ragazzo è frastornato: scopre che nella sua nuova casa se apri il divano letto non riesci nemmeno più a muoverti, ma l’iniziale sconcerto è sopraffatto da una sensazione nuova, prima allora mai provata: l’ebrezza della libertà. Il corso di diritto per Hugo dura non più di quattro settimane: si rende immediatamente conto che lo studio di quelle materie lo avrebbe chiuso in una nuvola di noia e senza pensarci troppo pianta in asso l’università sul nascere. Data la ferale notizia a casa, naturalmente, nessuno pagherà più l’affitto del monolocale e dunque occorrerà arrangiarsi e trovare in fretta qualche lavoretto. Ma che fare senza alcun titolo o esperienza spendibile? Esclude da subito di fare il commesso perché sa d’essere timidissimo e poco adatto ai rapporti umani e finisce a fare il lavapiatti nelle Chalet du Lac, all’interno dei rigogliosi giardini del Bois de Vincennes. Il giovane, introverso e silenzioso come sempre, si adatta al ben poco allettante lavoro fin quando il caso ci mette lo zampino: il titolare dello Chalet viene improvvisamente abbandonato dal cuoco che da vent’anni lo accompagna nel lavoro e nella vita e siccome è un taccagno di pochi scrupoli dice al lavapiatti: “Sta sera cucini tu!” Hugo si trova di punto in bianco a dover apprendere l’abc della cucina e di questo scalcagnato locale, diventa il cuoco ufficiale. Una sera, al termine del servizio, viene avvicinato da un’arzilla vecchietta che richiama la sua attenzione strillando: “Mi è piaciuto il tuo aligot, chéri, la prossima volta ti porto a mangiare in un posto bellissimo.” È una signora avvolta in una vecchia pelliccia che ha vissuto tempi migliori e indossa stivaletti rossi con il tacco che ne fanno risuonare i passi incerti e traballanti sulla boiserie del locale. Dice di chiamarsi madame Marguerite Laval, detta Margot: ed è lei il cuore del romanzo. Immaginiamo la Zazie di Queneau divenuta nonna, che ha mantenuto la stessa carica di vitalità sfrontata, eccelsa nell’arte di arrangiarsi, spudorata in quella del mentire. Profetizza che Hugo diventerà un grande chef e si impegna ad istruirlo, per prima cosa convincendolo a presentarsi come cuoco giapponese, solo perché ha gli occhi un po’ a mandorla, (un cuoco di Clermont Ferrand sarebbe ben poco interessante), e lo guida a scoprire nei migliori locali parigini il massimo che la gastronomia possa offrire, eclissandosi però al momento di pagare il conto. Nel monolocale del ragazzo inizieranno addirittura una serie di cene casalinghe con ospiti prestigiosi, conti e principesse, stando al dire di Margot, che poi si riveleranno essere bouquiniste e vecchie prostitute. “La nobiltà, il vino, i piatti raffinati erano diventati nella testa della vecchia signora gli ingredienti di una ricetta che da una vita cercava inutilmente di riprodurre.” In verità, al contrario di sua sorella che aveva veramente sposato il conte di Champagne, a lei era toccata una vita grama: cinque figli. un divorzio e una vita di espedienti, ma sempre col sorriso, anche se “in verità nella sua vita adulta, Marguerite Laval era stata felice solo fra il terzo e il quarto bicchiere di champagne.”
E come non capirla? E come non amarla?
Il timido Hugo seguendo l’anziana amica troverà veramente il bandolo della matassa: come la Babette del grandissimo racconto della Blixen, citato peraltro in esergo al romanzo, farà della memoria della grande tradizione culinaria francese un motivo di vita e di riscatto personale.

Luigi Dell’Orbo

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