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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta della raccolta di racconti “Il deserto dei vinti” di Piero Ferrari.
Data di pubblicazione:

Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta della raccolta di racconti “Il deserto dei vinti” di Piero Ferrari.
Data di pubblicazione:

Piero Ferrari, Il deserto dei vinti, Brè Edizioni, 2025.
Piero Ferrari è autore la cui bibliografia risulta piuttosto scarna. Nell’arco di un trentennio consegna alle stampe tre plaquette di versi e molti anni addietro un esile volumetto di racconti brevi sotto pseudonimo; i nomi degli estimatori che hanno scritto prefazioni o contributi critici sono, però, di indubbio riguardo: da Franco Gavazzeni a Maria Forni e Franca Lavezzi.
L’ultimo testo uscito, Il deserto dei vinti, edito a distanza di nemmeno un anno dalla raccolta poetica Segnali di transito, presenta un complesso di racconti e microracconti il cui titolo suggerisce due suggestioni, una vera, l’altra falsa. Risulta palese il doppio riferimento a Buzzati e Verga e se sicuramente del primo cogliamo influenze importanti, del secondo non v’è traccia. I vinti del grande siciliano sono coloro che non stanno al passo dei tempi, sono i disarcionati dal galoppo del progresso, in una dimensione storico sociale definita. I vinti di Ferrari costituiscono, invece, “degli intoccabili della più infima casta, perdenti, falliti, sfigati” per usare le parole dell’autore; non hanno una connotazione temporale precisa e, inoltre, questi antieroi sono colti spesso nei giorni dell’infanzia, dell’adolescenza o della prima giovinezza. Come possono essere inseriti nella categoria dei vinti se non hanno nemmeno vissuto? Sembra che l’autore ipotizzi un qualche dio malvagio che imprima il suo marchio di condanna su certe creature, al punto da inibirne la crescita. Questi personaggi, quando l’età avanza, colgono l’evidenza d’ essere dei vinti, dei perdenti non perché abbiano dovuto soccombere al peso schiacciante degli eventi della vita, ma perché da loro stessi, con le loro mani, si erano già autoesclusi; non è il mondo che li ha castigati, ma la loro rinuncia che sortisce, a volte nella alienazione senza risparmio (Il giardino della mestizia), oppure in una stoica accettazione velata di ironia: “fissando l’azzurro ammiccante del cielo si sciolse in un silenzioso sorriso” (Storia di uno sfigato).
Il lettore rimane perplesso davanti ad una sfilata di vite abortite in principio, di personaggi colti a gettare la spugna davanti ad eventi banali come il bambino a cui viene negato il divertimento che si attendeva durante una gita in montagna e questo è sufficiente ad annientarlo per sempre: scomparirà nelle brume alpine come atto di metafisica protesta (Lo slittino). Oppure il ragazzo che davanti al primo fallimento d’amore adolescenziale non avrà più forza per porne rimedio durante il corso di tutta la sua esistenza (L’amore inutile); o altri personaggi che di fronte a presunte inadeguatezze fisiche soccombono senza scampo (Sveglia Sventolino! e Storia di uno sfigato).
É consigliabile, però, non limitarsi una lettura piattamente psicologica, che è la prima a venire incontro al lettore, ma procedere oltre interpretando queste figure come rappresentazioni astratte in chiave di un nichilismo seccamente esibito: si legga, per esempio il finale de Il sergente Fiasconaro: “Vi sono ordini a cui, giocoforza, bisogna obbedire, giacché essi sono decisi dall’alto, per fini imperscrutabili. Non importa quali conseguenze comporti il salto dal non essere all’essere, poiché bisogna comunque saltare, con le buone o con le cattive…”
Su questa strada di lettura ci vengono in soccorso una serie di altri racconti dal carattere schiettamente allegorico che costituiscono, anche, un esplicito omaggio a Dino Buzzati: La città verticale, Potrebbe capitare, Società di mutuo soccorso. Sono testi in cui viene metaforizzata l’assurdità del reale, l’incomprensibilità dell’esistente, e in questi casi anche la scrittura cambia, si fa forbitamente descrittiva, con la pedanteria minuziosa della pittura nordica nel disegnare paesaggi urbani che a volte alludono a simbologie di non facile interpretazione.
Seguendo le tracce disseminate in queste pagine si può comprendere il punto di vista dell’autore che è poi esplicitato nella postilla conclusiva, ricca di echi leopardiani: “Il bello e il buono non comandano il tempo: il loro valore ontologico risulta pari a nulla. Nel momento in cui gioiamo, già piangiamo la perdita. Tale pianto, tuttavia, appare insensato, dal momento che viene versato su ciò che non è non potrà mai perdurare. Il ricordo è destinato a stemperare i contorni della memoria rendendoli evanescenti, sbiaditi: dell’attimo tutto si perde e si confonde; di quella luce, ormai lontanissima, la sorte è di assumere l’irrealtà della pura illusione.”
È un libro inconsueto questo Deserto dei vinti, inattuale come tematiche e come linguaggio, che può certamente lasciar dubbiosi, ma per nulla banale.
Adatto a lettori forti che sappiano andare al di là della coltre delle apparenze e che abbiano la pazienza di cercare significati ulteriori oltre quelli più scontati.
Luigi Dell’Orbo

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