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“Lo scialle”: torna in edizione italiana, nella bella traduzione di Milka Ventura, l’intenso romanzo breve di Cynthia Ozick, la grande scrittrice americana nata a New York nel 1928 che ha sempre trovato materiale e motivazione alla scrittura nelle sue radici ebraiche. Sandro Ventura ci porta alla sua scoperta.

Data di pubblicazione:

Cynthia Ozick, Lo scialle, tr. it. di Milka Ventura, La nave di Teseo, Milano 2025

Cattura e appassiona questo romanzo breve di Ozick, grande autrice americana, che ha sempre trovato materiale e motivazione alla scrittura nelle sue radici ebraiche.

Lo scialle avvolge la piccola Magda, una bimba di un anno e mezzo, alla quale l’ostinato amore della madre Rosa ha permesso la sopravvivenza clandestina ad Auschwitz. Quasi un miracolo. Ma Auschwitz non è luogo di miracoli, e la bimba trova la sua fine tragica e scontata, mentre Rosa sopravvive.

Anche Stella, una nipote di Rosa, sopravvive alla deportazione, ed ambedue le ritroviamo negli Stati Uniti, nel tentativo di ricrearsi una nuova vita. La loro vicenda americana viene narrata nel racconto “Rosa”, che costituisce la seconda parte del romanzo, dove troviamo la protagonista principale, ormai cinquantottenne, “pazza e raccattatutto”, che si è stabilita a Miami Beach, luogo che trova insopportabile, come insopportabile è stato il suo tentativo di vivere a New York, a cui lei stessa ha posto fine in modo drammatico e violento.

Rosa Lublin trova il caldo e tutto l’ambiente di Miami estremamente fastidiosi ed insensati, come la sua squallida stanza rifugio in una specie di albergo/casa di cura. Stella invece, cinquantenne, conduce a New York una vita da impiegata che le consente di aiutare Rosa, per quanto permettano le limitate risorse. Stella cerca di trovare un senso alla sua vita, e riesce a tirare avanti un po’ meglio di Rosa, per quanto abbia fallito nel trovare un marito americano e, si intuisce, viva in una grande solitudine.

L’unico appiglio alla vita per Rosa Lublin resta il suo mondo allucinato, in cui riesce a ritrovare la figlia Magda, bellissima sedicenne, che le appare in certi momenti, grazie allo scialle, anch’esso sopravvissuto alla catastrofe di Auschwitz.

In questo mondo di fantasmi, Rosa viene avvicinata da Simon Persky, un ebreo di Varsavia come Rosa, che si è messo in salvo negli Stati Uniti, prima della Shoah. Persky intuisce la tragedia di Rosa e cerca in ogni modo di stabilire con lei una relazione, ma lei lo tiene a bada con battute micidiali, non prive di umorismo (“la mia Varsavia non è la sua Varsavia”).

Il romanzo termina così, in sospeso, e suggerisce al lettore di creare con la fantasia un proprio sviluppo, anche se avrebbe desiderato che l’autrice continuasse la narrazione, tanto riesce a coinvolgere ed appassionare. Certamente, se già non è stato fatto, potrebbe costituire la base per un film o un dramma teatrale.

Certamente lo scialle del romanzo allude anche al tallèd, lo scialle che gli ebrei indossano nel momento della preghiera, e permette loro di collegarsi fantasticamente con il passato e con il Trascendente. Lo psicologo junghiano Ernest Bernhard, come molti altri ebrei, si è fatto seppellire col suo tallèd, che per lui era il simbolo del manto dei beduini nomadi, gli antichi ebrei di cui si riteneva un discendente (“un arameo errante era mio padre” si legge nella Haggadà, la narrazione serale e familiare di Pesach, la Pasqua ebraica).

Tante altre sono le implicazioni ebraiche di questo breve ed intenso romanzo: la Shoah e tutto ciò che essa ha comportato per il popolo ebraico; la necessità di elaborare una propria identità particolare; la continua ricerca, spesso frustrata, di dare un significato ed un senso a tutto ciò che accade; il tentativo, molto spesso destinato a fallire, di costruire relazioni amichevoli e comunitarie; il bisogno di un Dio che si rivela soltanto come irraggiungibile ed inavvicinabile; la responsabilità, ma anche l’inutilità, di fare le proprie scelte, di fronte a un destino che sovrasta ed al quale non è possibile opporsi; l’ancorarsi a un passato che non è stato mai generoso con gli ebrei, ma che in fondo non è mai passato.

La speranza di un futuro migliore è un’illusione, sembra suggerirci Ozick, come Qoheleth (“vanità delle vanità: tutto è vanità”). Ma, come Qoheleth e Kafka, l’autrice non si arrende, e continua a narrare, partendo dalla sua esperienza ebraica, paradigma di ogni esperienza umana.

La traduzione di Milka Ventura appare quanto mai appropriata e vivace, e rende il romanzo della Ozick assai fruibile, anche in italiano.

Sandro Ventura

[Cynthia Ozick, Lo scialle, La nave di Teseo, Milano 2025, tr. it. di Milka Ventura, pp. 115]


Sandro Ventura, nato a Firenze nel 1953, laureato in medicina e specializzato in psichiatria (1984) presso la stessa università, ha lavorato nei servizi di salute mentale di Torre Pellice (TO), Ventimiglia (IM) e Prato. Dal 1980 è impegnato nel dialogo interreligioso e nel 2003 ha contribuito a fondare la comunità ebraica progressiva Shir Hadash di Firenze, nella quale è tuttora impegnato. Scrive articoli, soprattutto di argomento ebraico, su Toscana Ebraica e Ha-Keillà, bimestrale del Gruppo di Studi Ebraici di Torino.

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