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Luigi Dell’Orbo ci accompagna alla scoperta del romanzo “Paradiso” di Michele Masneri.
Data di pubblicazione:

Luigi Dell’Orbo ci accompagna alla scoperta del romanzo “Paradiso” di Michele Masneri.
Data di pubblicazione:

Michele Masneri, Paradiso, Adelphi, 2024
Michele Masneri, brillante giornalista, autore di un reportage sulla Silicon Valley edito da Adelphi nel 2020 dal titolo Steve Jobs non abita più qui, e di un primo romanzo nel 2014 Addio, Monti, (inteso come quartiere romano), torna alla narrativa dieci anni dopo con il folgorante romanzo Paradiso, ancora per Adelphi.
Si tratta di una storia che avvince per molte ragioni, una delle quali è la riproposta della commedia all’italiana, genere che, nelle patrie lettere è abbondantemente soppiantato dalla lagna all’italiana fortemente piazzata nei grandi premi nazionali. Non è un romanzo, dunque, che possa aspirare a chissà quali mete perché raffinato, caustico, comico addirittura, per nulla adatto a solleticare la pornografia del dolore dei lettori assuefatti alle autofiction piangenti e contrite. Nemmeno può interessare alla schiera di lettori di noir d’ogni natura, anche se alla fine anche qui ci scappa un morto. Potrebbe diventare un film, invece, di Paolo Virzì, per esempio, che saprebbe certo trascriverlo al meglio in chiave scenica.
Racconta di un giornalista freelance milanese e trentenne, Federico Desideri, al servizio precario di una rivistina patinata e fighetta che lo paga poco e male. Il direttore un giorno lo spedisce a Roma ad intervistare un regista calabrese che ha guadagnato un Oscar con un improbabile capolavoro dal titolo America Latrina. Recalcitrante, ma di fatto obbligato, il giovane Federico parte per la Caput mundi e da lombardo cresciuto in una Milano ossessionata dal lavoro e dal successo, in cui tutti sono CEO di qualche start-up, dove tutti hanno una vision e naturalmente una mission, sbarca in una Roma in cui del lavoro non importa assolutamente niente a nessuno: quel che conta è sbarcare il lunario e godersi la vita al meglio.
Inseguendo il fantomatico regista finisce imbucato in pranzi, cene in terrazza e aperitivi: sono sempre tutti a tavola e sembra che la principale occupazione sia la chiacchiera. Federico viene agganciato da una serie di personaggi altamente rappresentativi del clima vischioso della capitale, primo fra tutti Barry Volpicelli, un maturo imbroglione che ricorda in minore l’indimenticabile Jep Gambardella di Sorrentino. Si autodefinisce “il re dei buffoni, il cialtrone di corte”: anche lui da ragazzo era stato un brillante giornalista agli esordi, ma poi, terrazze, cene, mondanità, il clima di Roma, l’apatia che vi si respira l’hanno trasformato in un nullafacente che ha vissuto di lavoretti precari e si è fatto mantenere, prima da una moglie, poi da un’altra. Gira su una improbabile Rolls targata California, conosce tutti, tutti lo conoscono ed emana un fascino a cui pochi sanno resistere. Promette a Federico di fargli incontrare il grande regista e lo porta dove ormai risiede da anni, al Paradiso sulla costa laziale, una grande proprietà sul mare al cui centro un castello diroccato e intorno una serie di villettine in cattivo stato come tutto il resto. Barry vi abita con la seconda moglie che ha ricevuto la proprietà dal primo marito, un principe Aldobrandi. Poco distante vive anche la prima moglie di Barry e nelle villette la loro figlia trentenne, sessualmente molto libera, assieme ad una schiera di amici, più o meno scrocconi: un vecchio medico che non ha mai esercitato e ora alleva galline ornamentali, un ex ambasciatore rimbambito che passa le giornate a cercare occasioni nei supermercati, due lesbiche tedesche assidue frequentatrici del Vaticano finché Ratzinger sedeva sul soglio pontificio, poi, con il cambio di regime, immediatamente estromesse… Il Paradiso esercita un fascino che si fa incontenibile e il giovane giornalista ne è travolto: un mare bellissimo, spiaggette private, vita libera e pochi affanni. Un mondo chiuso, in cui la realtà esterna entra come un riflesso lontano; è un angolo protetto, forse anche un po’ claustrofobico, come il sanatorio della Montagna incantata. È il fascino della decadenza, della possibilità di rinunciare alla vita comunemente intesa con le sue asprezze e le sue mete per galleggiare invece in un tempo sospeso il cui potere dissolutorio sembra cristallizzato.
Nulla cambia, tutto è sempre uguale e si dipana in lunghi pranzi preparati ogni giorno dalla moglie di Barry per tutti gli ospiti dove al pettegolezzo sul bel mondo romano si alterna la lettura dei necrologi sui giornali, ritenuti l’unico genere letterario ancora in grado di tenere in vita la carta stampata. Del resto, non c’è decadence senza culto degli inferi.
Michele Masneri abborda questi temi con un piglio e una verve di scrittura notevoli: i dialoghi sono pungenti e cinematografici, le scene e gli sviluppi narrativi virano sul comico nel senso più colto del termine. La lingua è un raffinato innesto di dialettismi, anglismi alla moda, presa diretta sul parlato, di efficacissima capacità mimetica e certo costituisce un omaggio ad Alberto Arbasino riconosciuto dall’autore come maestro al quale ha anche dedicato un godibilissimo saggio nel 2021 dal titolo Stile Alberto, edito da Quodlibet.
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