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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo di Candido Bottin dal titolo ‘Il venditore di mimose’.
Data di pubblicazione:

Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo di Candido Bottin dal titolo ‘Il venditore di mimose’.
Data di pubblicazione:

Candido Bottin, Il venditore di mimose, LAReditore, 2024
Il Venditore di minose di Candido Bottin si apre con una scena svagata e vacanziera: siamo in un luogo di mare, un piccolo paese del Ponente Ligure arroccato su un’altura e collegato da una scalinata alla spiaggia; poche case, pochissimi abitanti soprattutto da settembre in poi quando la stagione è esaurita. Un uomo d’una sessantina d’anni, Marco, voce narrante, sta seduto al tavolino dell’unico bar nella piazza principale, sono le cinque del pomeriggio, arriva la corriera e osserva sovrappensiero le persone che scendono, poche e spesso le solite, nota però una faccia mai vista, un uomo più anziano di lui che, lasciata la corriera, si dirige verso l’unico albergo, il residence hotel Borgoverde, in compagnia di un cagnetto al guinzaglio.
Nei giorni seguenti, nel tardo pomeriggio, i due si incrociano più volte in spiaggia finché, inevitabilmente, visto che non c’è anima viva, finiscono per scambiare quattro chiacchiere. Il nuovo arrivato si chiama Mario, ha una decina d’anni in più di Marco e racconta di esser stato in tempi lontani in quel medesimo paese di mare, nella stessa pensione, che al tempo si chiamava in modo diverso, pur essendo gestita dalla stessa famiglia che ancor oggi la possiede. Marco, a sua volta, racconta al nuovo venuto di essere anche lui affezionato a quel luogo, e di aver la consuetudine di venirci a svernare, visto che il suo lavoro presso una casa editrice gli permette di risiedere dove desidera. Nei giorni seguenti ai due si aggiunge un’altra turista fuori stagione, Milena, altra sessantenne, già conoscente di Marco, anch’ella appassionata di quel luogo e abituata a trascorrervi lunghi periodi. Chiacchierando, il nuovo arrivato rivela un particolare attaccamento al ricordo degli anni Settanta: all’inizio i discorsi vertono sulla musica pop, sul rock progressivo, poi virano sugli aspetti politici e generazionali, memorie in parte condivise anche dagli altri due che hanno solo una decina d’anni meno e tutti, casualmente, comuni esperienze torinesi. Il discorso di Mario si fa sempre più intimo e appassionato: giorno per giorno disegna gli avvenimenti che hanno segnato la sua vita giovanile e quella di tanti ragazzi di quei tempi che hanno attraversato il crinale della militanza politica nella sinistra extraparlamentare pericolosamente a ridosso della scelta terroristica. La maggioranza non ha attraversato il guado, altri lo hanno fatto, e lui, Mario è tra quelli. Insomma, Marco e la sua amica Milena si trovano davanti ad un ex terrorista, che giunto alla vecchiaia e dopo aver scontato anni di carcere non si sente pacificato né con il mondo, né con se stesso e rivela di volersi sgravare di un peso che lo opprime raccontando gli episodi salienti della sua giovinezza e del tragico abbaglio che lo indusse a bruciarsela.
Questa è l’intelaiatura che Candido Bottin imbastisce per narrare tramite la voce di Mario il clima di quegli anni attraverso una storia di vita che può compendiarne altre. Episodi, come lui stesso dichiara nell’introduzione, realmente accaduti e riferibili al gruppo di Prima Linea a Torino ed altri sbocciati dall’invenzione narrativa. Per chi abbia una certa età sono ricordi ancor vividi di un clima e di un mondo non da rimpiangere, mentre per chi è giovane queste pagine possono costituire la scoperta in chiave narrativa di un periodo della storia del nostro paese nel secolo passato.
Quel che più fa riflettere non è tanto la dimensione storico sociale del fenomeno, ma l’eterna trappola in cui cade chi vuol costruire il cielo in terra ed è indotto dall’accecamento ideologico a non vedere più nell’altro la sua umanità, per cui il “nemico di classe” ucciso “non è una persona reale, è un simbolo del potere, un soggetto impersonale che può essere eliminato, laddove è utile alla nostra causa.” (pag. 100). Parole analoghe a quelle che pronuncia Raskol’nikov in Delitto e castigo: “Io non ho ucciso una persona, ho ucciso un principio.”
La consapevolezza di cosa sia la morte matura nel protagonista prima dal vedere un “compagno” morire, perché non è una figura astratta, ma qualcosa che gli appartiene nell’affettività e nell’esperienza, per poi dolorosamente arrivare a comprendere anche l’innocente, quello che non c’entra nulla, che passava per strada ed è stato ammazzato e infine l’avversario che, pur portando una divisa diversa, era pur sempre un uomo. Gli innocenti sacrificati in azioni terroristiche o di guerra sono quelli che oggi cinicamente chiamano danni collaterali, come se rendendo oggetto le persone ci si possa preservare dalla vergogna. Evidentemente questi meccanismi sono ricorrenti negli aspetti degeneri della razza umana: se torniamo a I demoni di Dostoevskij già troviamo queste logiche perfettamente descritte.
Lascio al lettore il gusto di scoprire chi sia il venditore di mimose e cosa c’entri con tutta questa storia e non anticiperò nemmeno la sorprendente conclusione stessa del romanzo, che, uscendo dal cliché del semplice espediente letterario, e non credo lo sia, apre delle domande non da poco sul significato del racconto: forse che il pentimento e la ricerca di espiazione appartengono più al mondo dei sogni che non a quello della realtà?
È proprio in questa feconda ambiguità, nella volontà di lasciare soluzioni aperte all’interpretazione che risiede la forza intramontabile della letteratura.
Luigi Dell’Orbo

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