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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo di Abel Quentin dal titolo ‘I quattro che predissero la fine del mondo’
Data di pubblicazione:

Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo di Abel Quentin dal titolo ‘I quattro che predissero la fine del mondo’
Data di pubblicazione:

Abel Quentin, I quattro che predissero la fine del mondo, Edizioni e/o, 2025
Abel Quentin, avvocato lionese quarantenne, il cui vero nome è Albéric de Gayardon, dopo Il veggente di Étampes, l’originale romanzo che prendeva di mira la cancel culture, tradotto in Italia nel 2024, torna ora in libreria sempre per Edizioni E/O con questa poderosa storia pubblicata in Francia lo scorso anno, presentata nella traduzione di Giuseppe Giovanni Allegri.
Abel Quentin ha una vocazione letteraria fondamentalmente intellettualistica e costruisce i romanzi non a partire da tranches de vie comuni, ma piuttosto dalle posizioni che animano la cultura del suo tempo e dall’impatto che esse hanno sull’esistenza. I personaggi diventano specchi, a volte deformanti nel loro tragitto esistenziale, delle idee con cui sono venuti a contatto: così era nel veggente e pure lo è in quest’ultimo il cui titolo originario non è così esplicativo, ma più sottile, Cabane, cioè capanna, che evidentemente l’editore romano ha ritenuto troppo poco comprensibile e attrattivo.
La storia narrata prende le mosse da un fatto reale e lo trasfigura, quasi didatticamente, per i suoi fini: nel 1972 quattro giovani scienziati, pionieri dell’informatica pubblicarono uno studio dal titolo: I limiti dello sviluppo. Servendosi dei primi IBM, allora grandi come un appartamento, confrontando e incrociando i dati e i ritmi di crescita economica e demografica proposero la tesi dell’inevitabile crash della specie umana e della sua sopravvivenza sulla terra nel giro di nemmeno un secolo. Questo studio venne pubblicato ed ebbe grandissima eco in tutto il mondo occidentale: discusso, incensato da molti, smentito da altri, tenne vivo il dibattito tra economisti e nascente movimento ecologista, poi, come tutte le cose, cadde nel dimenticatoio e il mondo andò avanti come prima. Del resto, la medicina prescritta dai quattro studiosi era ben indigesta, sia per allora che per oggi: abbandono degli idrocarburi, decrescita lenta con rinuncia agli standard di vita occidentali e drastico controllo sulle nascite per fermare l’impennata demografica sul pianeta. E quale politica poteva e può farsi carico di una purga simile, se non qualche minoranza estremistica o magari misticamente ispirata?
Abel Quentin resuscita questa storia e la rimodella ai suoi scopi: sposta l’anno di pubblicazione al 1973, ambienta a Berkley lo studio, invece del Massachussetts Institute of Technology, imposta come regista dell’impresa un antesignano agli studi di informatica, il professor Stoddard, studioso di dinamica dei sistemi, che predispone la ricerca e l’affida a quattro giovani dottorandi: “Erano quattro come i Beatles o gli Evangelisti. Eugene aveva lavorato sull’inquinamento, Mildred sulla produzione industriale e i consumi, Quèrillot sulle risorse non rinnovabili, Gudsonn si era occupato della demografia mondiale e si assicurava del rigore matematico del programma di simulazione. A questo, i quattro avevano sacrificato le giornate e parte delle loro notti per un anno.” Eugene e Mildred Dundee, nella vita marito e moglie, diventano messaggeri mondiali del Rapporto girando per i continenti, passando da un invito e l’altro a presentarne il contenuto, al punto che il libro nell’agone giornalistico viene ribattezzato Rapporto Dundee. Il professor Stoddard, per prudenza d’accademico che non vuol rischiare la posizione, manda i due giovani allo sbaraglio, salvo poi offendersi per la mancata occasione di notorietà internazionale, ma ponendosi sempre prudentemente a lato quando luminari e premi Nobel in economia metteranno alla berlina il rapporto tacciandolo di estremismo ecologista e indicando in due divinità onnipotenti la soluzione dei problemi a venire: la scienza, che, come ha creato i problemi troverà nuove strade per risolverli e il libero mercato.
Il romanzo di Quentin narra dettagliatamente questa premessa, poi si sviluppa indagando la vita e le scelte dei quattro studiosi: i coniugi Dundee dopo anni di prediche al vento, delusi da tutto, si ritireranno a vita privata dedicandosi ad un ultra-biologico e rispettoso allevamento di maiali, esperienza che finirà tragicamente.
Il terzo studioso, un francese, Paul Quèrillot, dopo l’epocale ricerca si prende un periodo sabbatico in cui viaggia senza scopo definito, ma alla fine rientra in Francia nell’alveo di un nucleo familiare potente: il padre è un noto tecnocrate che spinge il figlio a dare concretezza al suo futuro per essere all’altezza del suo nome. Si sposa, per scoprirsi subito dopo omossessuale, ma nel giro parentale della rinomata famiglia della moglie è presto avvicinato da dirigenti delle compagnie petrolifere francesi che gli propongono di mettere a frutto le competenze maturate nello studio della dinamica dei sistemi complessi per entrare come consulente nel mondo finanziario legato all’industria estrattiva, esattamente il male assoluto indicato dal rapporto sui limiti dello sviluppo che aveva firmato. E quello sarà il suo futuro: una società internazionale di consulenza, la Systems, quattrini a palate, un matrimonio di copertura e un amante cubano.
La narrazione, verso la metà del romanzo, segna un insolito passo, senza soluzione di continuità: per duecento pagine ci ha accompagnato in terza persona alla scoperta dei fatti accaduti ai coniugi Dundee e a Quèrillot, poi improvvisamente compare una voce narrante e si passa alla prima persona: ora a raccontare è un giornalista quarantenne male in arnese, un po’ fané, che per redigere un articolo sull’anniversario del Rapporto Dundee si inoltra in un indagine, molto simile ad una caccia all’uomo, per trovare il quarto studioso, il matematico norvegese Johannes Gudsonn che, dopo due anni di insegnamento universitario a Berkley, è sparito e ha fatto perdere le sue tracce. Il giornalista scoprirà che per decenni il matematico era vissuto nei boschi del suo paese in una capanna, da cui il titolo originario. La figura dello studioso è sbozzata con arguzia: in lui le conseguenze distopiche del Rapporto corrodono le fondamenta della personalità, già dall’inizio piuttosto fragile, fino a franare in un delirio lucido e pericoloso. La seconda parte del romanzo prende, molto furbescamente, l’andamento di un noir cercando di figurarci le tragiche avventure materiali e le capriole intellettuali del matematico finito in combutta con un ecologismo estremista, venato di irrazionalismo e di fandonie steineriane.
L’intento di Abel Quentin è quello di metterci di fronte a tre tipologie di risposta possibili e differenti, tutte drammaticamente fallimentari, davanti all’emergenza ambientale.
Sicuramente senza elargire, quindi, grandi appigli di speranza sul futuro dell’umanità
Luigi Dell’Orbo

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