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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo dal titolo ‘La Gana’ di Jean Douassot.
Data di pubblicazione:

Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo dal titolo ‘La Gana’ di Jean Douassot.
Data di pubblicazione:

Jean Douassot, La Gana, GOG edizioni, 2022
La Gana di Douassot non è un romanzo attuale, risale al 1958 e non ha certo dominato le classifiche di vendita d’oltralpe. E non si tratta nemmeno di una recente traduzione italiana; infatti, il testo è stato pubblicato nel 1964 presso l’editore Lerici, che non esiste più dal 1967, nella mirabile versione qui riproposta di Mario Picchi, ora in una nuova edizione, coraggiosamente offerta dalla romana GOG Edizioni.
Coraggiosamente in quanto trattasi di un poderoso romanzo di cinquecento pagine. Ma le particolarità del libro non finiscono qui: di Jean Douassot inutile affannarsi a cercare informazioni: non è mai esistito, è un nom de plume, il vero autore si chiamava Fred Deux ed era un grafico, un disegnatore e pittore francese, classe 1924, della cui produzione artistica possiamo, invece, trovare traccia e riferimenti. Tutto sappiamo anche della storia editoriale di questo romanzo: pubblicato in Francia per le Éditions Juilliard, su indicazione di Maurice Nadeau, direttore di collana, andò subito incontro a problemi giudiziari, ma anche ad un significativo premio letterario che, comunque, non ne impedì un rapido oblio. In Italia finì ancor peggio: nel 1967 un magistrato ordinò il sequestro del migliaio di copie in circolazione e rinviò a giudizio tutti quanti: l’autore, l’editore, il traduttore, perfino l’impaginatore con l’accusa di oscenità e di offesa al comune senso del pudore. Poi, con i tempi della giustizia che conosciamo, si tenne il processo e furono assolti tutti quanti, ma intanto il libro era sparito dalla circolazione e non se ne parlò più. Cinquantacinque anni dopo questa piccola casa editrice ne ha riscattato i diritti e l’ha riproposto al pubblico; ed è un libro che merita di essere letto.
Già il titolo mette in difficoltà: che significa Gana? Il testo si apre con una citazione da Meditazioni sudamericane di Hermann Keseyrling: “La Gana è la forza più forte e contemporaneamente la debolezza più debole; potenza originaria e insieme impotenza.” Il termine gergale viene dal Sud America e indica desiderio, appetito, voglia, qualcosa di positivo che descrive la volontà di vita, ma, allo stesso tempo, anche di oscuro che sgorga dall’interiorità.
La volontà di sopravvivenza ad ogni costo è ciò che caratterizza i protagonisti della storia; la voce narrante è un ragazzino di dodici anni che vive con la sua famiglia, madre, padre nonna e zio in un incredibile situazione di povertà materiale e degrado sociale nella Parigi tra le due guerre. Il padre ha l’incarico di portinaio di un palazzotto medio borghese posto ai confini delle periferie operaie parigine, ma non al loro interno. Lo zio occupa una piccola soffitta nel sottotetto, mentre la famiglia vive in due stanze in cantina, dove, al centro di una delle quali, c’è un tombino in ferro sotto cui scorrono le fogne cittadine e quando il livello dell’acqua sale per le piogge stagionali la casa si allaga e i ratti la invadono per non affogare. La vecchia nonna, si ammazza di lavoro come lavandaia, il padre, oltre alla portineria che gestisce con la moglie si sfianca di lavoro in fabbrica e di alcool a buon prezzo; la madre è tisica e fatica a sopravvivere; l’altra nonna, la madre del padre, vive in strada e si prostituisce per un piatto di minestra; infine, lo zio, un uomo di trent’anni che non fa nulla e si fa mantenere da tutti gli altri, raggranella qualcosa solo con abili furtarelli nei negozi. Il ragazzino, alter ego dell’autore che in questo strampalato romanzo evoca la sua stessa infanzia, è schifato dalla scuola che marina abitualmente, navigando nella melma in cui per destino gli è toccato di nascere, con pochi punti di riferimento, circondato dall’affetto che a loro modo la povera famiglia riesce a trasmettergli. Il suo legame più stretto è con lo zio, questo viveur spiantato che inconsapevolmente fa da apristrada al ragazzino per una precocissima vita sessuale, infatti, i due si troveranno a dividere il letto della Perny, la benestante inquilina di mezza età che vive nel palazzo, dagli appetiti robusti e senza alcuno scrupolo. Forse anche oggi, in questo clima di pruderie, si rischierebbe una denuncia a narrare l’iniziazione al sesso di un ragazzino da parte di una donna adulta, ma Fred Deux non va per il sottile, anche se il curatore della prima edizione, Nadeau, spiega nella prefazione, di aver tagliato il testo di centocinquanta pagine definendole assolutamente impubblicabili per i contenuti erotici e anti religiosi, e dove la forbice ha prudentemente epurato compaiono tra parentesi quadre i puntini di sospensione; il testo ne è pieno. L’autore, che negli anni Cinquanta lavorava in una libreria di Marsiglia, scoprì nella letteratura voci importanti che gli fecero comprendere come anche la sua esperienza di vita avrebbe potuto trovare un linguaggio per essere raccontata: Céline e soprattutto Henry Miller da cui ricavò una lingua audace, modulata sul parlato. Ma c’è un ulteriore innesto culturale che si coglie prepotentemente in queste pagine ed è l’influsso del surrealismo, da Breton ai Chant de Maldoror di Lautréamont, perché la realtà raccontata dal ragazzino spesso si confonde con i sogni o, meglio, gli incubi, e il lettore rimane incerto nel valutare il senso di quanto sta leggendo. La seconda metà del romanzo accelera drammaticamente: la madre si ammala in modo sempre più grave fino a rischiare la morte, evento drammatico, ma che non turba nel profondo il giovane quanto l’aver raccolto le confidenze dello zio: anche lui non vivrà più a lungo, non perché manchi di salute, ma per propria scelta: si ucciderà. Con il suicidio dello zio che si mette in ghingheri, poi si spara al cuore, iniziano gli ultimi incubi dai quali emerge chiaro lo sguardo dell’autore: “A dodici anni ne so molto più di te. Soltanto che la differenza sta in questo: invece di tapparmi gli occhi io li spalanco e lascio che i fatti vadano per la loro strada.”
Luigi Dell’Orbo

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