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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del romanzo di David Szalay dal titolo ‘Nella carne’.

Data di pubblicazione:

David Szalay, Nella carne, Adelphi, 2025

David Szalay, scrittore nato in Canada e di origini ungheresi, ha vissuto in molte capitali europee: questa esperienza internazionale si riflette nelle sue opere. Con il suo sesto romanzo, Flesh, tradotto da Anna Rusconi e pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo Nella carne, Szalay ha ottenuto il celebre Booker Prize, uno dei massimi riconoscimenti letterari contemporanei. Già finalista nel 2017 con Tutto quello che è un uomo, questa volta Szalay ha conquistato la giuria, che ha dichiarato di “non aver mai letto nulla di simile”. Se per alcuni questa affermazione può apparire esagerata, è innegabile che il romanzo abbia una forza narrativa travolgente.

Il romanzo segue la vita di István, dall’adolescenza fino alla soglia della maturità, attraversando circa cinquant’anni di storia individuale e collettiva. Si parte dagli anni Ottanta del Novecento fino ai giorni della pandemia. Tuttavia, il fascino del libro non risiede tanto nella semplice cronaca degli eventi, quanto nel modo in cui Szalay costruisce e racconta questa parabola esistenziale: la chiave sta nella struttura narrativa e nello stile scelti.

Il romanzo si distingue per la sua struttura ellittica, che procede per sottrazioni: Szalay omette deliberatamente gli eventi più traumatici e significativi della vita del protagonista, costringendo il lettore a immaginarli e a colmare i vuoti lasciati dalla narrazione. Ad esempio, si apre con la precoce iniziazione sessuale di István da parte di una donna molto più grande, seguita da una lite con il marito di lei che, cadendo dalle scale, perde la vita. István viene accusato e mandato in riformatorio, ma di questi anni cruciali della sua formazione non viene detto nulla. Quando ricompare, è già ventenne e torna a vivere con la madre, in cerca di lavoro. Successivamente si arruola nell’esercito ungherese, partecipa alla Guerra del Golfo, ma anche in questo caso i dettagli sono lasciati nell’ombra, e solo un episodio affiora tra i tanti possibili. Questa scelta narrativa obbliga il lettore a ricostruire il vissuto emotivo del personaggio, rendendo la lettura coinvolgente e partecipe.

Sul piano stilistico, Szalay adotta un approccio minimalista, eliminando tutto ciò che non è essenziale e scegliendo la massima economia delle parole. Il risultato è un testo asciutto, conciso, che si affida molto al dialogo. I dialoghi sono spesso ridotti all’osso, fatti di monosillabi e scanditi dagli “okay” che István ripete come un mantra, un personale “sì” alla vita di sapore nietzschiano, un’accettazione del destino senza rimpianti, sia nei momenti positivi che in quelli negativi.

Un’altra caratteristica rilevante dello stile di Szalay è il rifiuto di ogni psicologismo esplicito. I pensieri e i sentimenti dei personaggi non vengono mai spiegati direttamente: tocca al lettore dedurli dai dialoghi e dagli episodi narrati o, significativamente, da quelli omessi. Lo stesso autore ha dichiarato che solo attraverso i dialoghi “si aprono spiragli sul mondo interiore dei personaggi”, come se si fosse a teatro. Il narratore, in terza persona, non entra mai nei dettagli emotivi, liberando così la narrazione da un sentimentalismo lezioso spesso troppo presente nella narrativa che va per la maggiore.

I protagonisti di Szalay sono spesso accomunati da una sorta di “mancanza di risolutezza” più che da una vera e propria sconfitta, un tratto che ritroviamo anche in Tutto quello che è un uomo. István non è un uomo violento, anzi, si mostra accondiscendente e si lascia trascinare dagli eventi, amando le donne lo desiderano senza porsi troppe domande. La sua parabola ricorda quella di Barry Lyndon: passa da momenti di grande fortuna economica a periodi di declino, ma sempre con un atteggiamento di accettazione, senza rancore. In qualche modo, riecheggia la massima hegeliana secondo cui “la libertà è la coscienza della necessità”. István accetta il corso degli eventi, anche quando, dopo anni ruggenti, una scelta morale lo induce a perdere tutto. Questa adesione alla vita lo distingue dal senso di inutilità espresso da Guido Morselli, che scriveva nel suo diario: “ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. Tutto è ugualmente inutile.”

István, sembra aver concluso che soppesare le cose non serve e lo immaginiamo aprire una finestra, accendersi una sigaretta e sussurrare ancora una volta il suo “okay”.

Luigi Dell’Orbo

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