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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del libro di Dario Ferrari dal titolo ‘L’idiota di famiglia’.

Data di pubblicazione:

Dario Ferrari, L’idiota di famiglia, Sellerio, 2026

Durante una presentazione di questo suo terzo romanzo, L’idiota di famiglia, Dario Ferrari, con consueto senso dello humor, ha dichiarato d’essere il massimo esperto in titoli improponibili che vengono immediatamente cassati dalla casa editrice. Per questo lavoro aveva partorito due chicche: Il mestiere di svanire, la prima e Idargo, la seconda. Naturalmente in Sellerio, racconta, gli hanno fatto notare che un libro dopo essere scritto e stampato andrebbe possibilmente anche venduto e che questi titoli strampalati con il mercato non ci azzeccano niente. Probabilmente è vero, ma la suggestione che emana Il mestiere di svanire esplicita molto di quel che andremo a leggere e ci introduce nella discrasia evidente del romanzo: da un lato una prosa sagace, acuta, brillante, giocata sul filo di un umorismo colto, condito di battute al vetriolo che regge benissimo le cinquecento pagine del testo, dall’altro un fondo umorale tetro e velato di malinconia; i due elementi cozzando fanno scintille. Che cosa svanisce? La risposta emerge dalla vicenda narrata: un uomo d’ingegno come il padre del protagonista, Igor, voce narrante, invece di trascorrere una terza età dignitosa sprofonda nella demenza senile e questo è il motivo per cui il figlio quarantenne lascia Roma ritornando a Viareggio per dare una mano alla sorella che si è trovata da sola in mezzo a questo tempestivo decadimento. La mente del professor Nieri non è l’unica cosa a svanire, è, anzi, la rappresentazione di qualcosa di ben più ampio: è il Novecento che evapora, il secolo delle ideologie connesse alle illusioni millenaristiche calate nella storia e finite quasi sempre in tragedia o, quando è andata meglio, tramutate in farsa. Il Nieri, ribattezzato in famiglia Herr Professor, è un prototipo dell’intellettuale novecentesco engagé all’italiana, professore di filosofia, naturalmente comunista, assessore alla cultura per un decennio nelle città rivierasca. Un uomo dalle verità ferree che nel vissuto del figlio Igor appare invece come un arrogante trincerato dietro alle sue sicurezze che tratta chi non la pensa come lui come “un bingobongo” (pag.489), uno che “sentendosi sempre molto intelligente e superiore al prossimo” era stato “un ingenuo, senza nessuna pratica del mondo” (pag. 495). Ecco quel che veramente svanisce: il secolo breve con il suo carico di certezze di cui sopravvive soltanto un crepuscolare ricordo. La figura di Igor, il figlio, fornisce invece una esemplificazione della precarietà dei nostri tempi: lascia da ragazzo la facoltà di filosofia e, con sommo disprezzo del padre, passa a quella di lingue, trascorrendo la vita a Roma a tradurre romanzi americani di consumo che per lo più lo disgustano. Vive un rapporto sentimentale andato in crisi perché la compagna, dopo svariati e vani tentativi di restare incinta, rovescia la frustrazione in orgoglio e scrive libelli ultra-femministi a difesa delle donne che non vogliono per scelta la maternità, diventando una star del web. Non è il rifiuto della menzogna a incrinare il rapporto fra i due, ma il travolgente successo della donna che sparisce in perenni tour organizzati dalla casa editrice per cui lavora. Lei ha successo, lui invece no, anche perché il mestiere di traduttore è quanto di più nascosto (e malpagato) esista nel mercato delle attività editoriali. Quindi, non nobili cause stanno alla base della rottura, ma un fondo di impresentabile invidia. Questa è la realtà, l’inevitabile ambivalenza dei vissuti, cioè la vita.
La terza parte del romanzo è più farraginosa delle prime due perché inframmezzata da un testo pseudo narrativo che Igor ritrova fra le carte di suo padre ormai privato della ragione e della parola. Si tratta di una specie di fiaba che
Herr Professor avrebbe scritto in tarda età, quando il buon senso già vacillava, e racconta quei tre giorni, durante il biennio rosso, in cui nasce una repubblica sovietica viareggina, animata da comunisti ed anarchici: settantadue ore in cui la città pensa di staccarsi dall’Italia monarchica aspirando a diventare la miccia di una rivoluzione nazionale; un episodio sospeso tra politica e carnevale che naufraga velocemente davanti ad una fregata del regio esercito con i cannoni puntati sulla città. Questo episodio (di cui si era occupato anche Mario Tobino), ridotto a fabula ci parla di un sogno di irrealizzabile liberazione dalla storia, non solo dallo sfruttamento, incarnandosi in un mitico anarchico dal nome Idargo di cui si perderanno le tracce. Dalle pagine autografe e contorte che, a fatica, Igor riesce a trascrivere traspare l’interiorità del padre, per una vita intrappolato nelle maglie dell’intellettualismo e dell’ideologia. Un recupero tardivo, uno spiraglio in extremis di comprensione fra padre e figlio, quando ormai è troppo tardi. Questi mesi passati a Viareggio riavvicinano Igor anche alla sorella Ester, di qualche anno meno di lui, definita in modo splendidamente icastico, “una cazzona inconcludente”, una che non ha mai combinato nulla, ma che dimostra invece di saper galleggiare fra i marosi della vita, arte di cui sia il padre che il figlio maggiore sono poco avvezzi.
Dunque, chi è
L’idiota di famiglia, titolo rubato baldanzosamente a Sartre?
Il padre che ha perso la testa a causa della demenza senile o piuttosto il figlio che a quarant’anni suonati non sa ancora bene quale sia il suo posto nel mondo? O magari tutti e due, finalmente riconciliati?
Al lettore l’ardua scelta dopo essersi cullato nella prosa caustica, piena di verve e di umorismo intelligente di Dario Ferrari che già avevamo molto apprezzato ne
La ricreazione è finita e che in questo romanzo trova una definitiva conferma.

Luigi Dell’Orbo

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