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STEFANO MASSINI, DAL TEATRO ALLA SCRITTURA
Franco Piccinini ci porta alla scoperta di Stefano Massini, scrittore, drammaturgo e personaggio televisivo italiano.
Data di pubblicazione:

Franco Piccinini ci porta alla scoperta di Stefano Massini, scrittore, drammaturgo e personaggio televisivo italiano.
Data di pubblicazione:

Questa volta parliamo di uno scrittore che in realtà non lo sembra.
Stefano Massini (Firenze, 1975) è noto soprattutto come uomo di teatro: regista, sceneggiatore e autore di testi, che poi porta quasi sempre in scena lui stesso. In questa veste è conosciuto e apprezzato anche all’estero (Francia, Gran Bretagna, USA, Germania, Polonia, Ungheria) dove i suoi spettacoli vengono tradotti. Per certi versi, è forse più stimato all’estero che in Italia. Oltre ad altri riconoscimenti, è l’unico autore italiano ad aver conquistato cinque Tony Award (gli Oscar del Teatro) per la sua opera “The Lehman Trilogy”.
Il fallimento di Lehman Brothers, reso ufficiale il 15 settembre 2008, è stato il più grande crac finanziario della storia, con oltre 600 miliardi di dollari di debiti; ha innescato la peggiore crisi economica mondiale dai tempi del venerdì nero di Wall Street nel 1929 e della conseguente Grande Depressione. La banca d’affari americana, travolta dalla crisi dei mutui subprime, non ricevette aiuti statali, causando una crisi di liquidità che bloccò i mercati globali. Considerato lo sconquasso dell’economia mondiale provocato dal suo fallimento, leggere questo libro per capirne di più diventa quasi un dovere.
La pièce è stata presentata a Saint-Étienne nell’autunno 2013 e in seguito ha debuttato in Italia al Piccolo Teatro di Milano, nel 2015: è stato l’ultimo progetto del regista Luca Ronconi, che di Massini è stato a lungo il maestro[1]. La versione integrale del testo “Qualcosa sui Lehman” (Lehman Trilogy) è stata pubblicata nel marzo 2014 da Einaudi, nella sua collana dedicata alla poesia e al teatro, con una presentazione dello stesso Ronconi.[2]
Massini inizia a raccontare la sua storia partendo da un molo americano, sul quale è appena sbarcato un giovane immigrato ebreo tedesco. È il seme da cui nascerà il grande albero di una famiglia, la cui ascesa economica è stata capace di cambiare il mondo. Sembra di trovarsi dentro una saga familiare come quella dei Forsythe, o dei Buddenbrook, invece è tutto vero. Il cotone degli schiavi è solo il primo banco di prova per l’ascesa commerciale dei Fratelli Lehman. Poi si dedicano al commercio del caffè, dello zucchero, del carbone e investono nella nascente industria ferroviaria, ancora tutta da finanziare. Ai padri subentrano i figli e i nipoti, in un mosaico di umanità diverse, assortite, contraddittorie, mentre l’impero economico entra nelle banche e poi nella Borsa di New York. Scritto con uno stile particolare, a metà tra la prosa narrativa e la poesia in versi liberi, “Qualcosa sui Lehman” può risultare spiazzante ma è senz’altro affascinante. La scarsa risonanza che ha avuto il libro qui in Italia non ha per me una vera spiegazione. Quel che è certo è che si tratta di una storia molto, ma molto americana. Vengono subito in mente romanzi classici di questa letteratura.
Intendo classici come “Il grande Gatsby” (The Great Gatsby, 1925) di F. Scott Fitzgerald, che narra la tragica ossessione di Jay Gatsby, un milionario arricchitosi in modo misterioso, per il suo perduto amore, Daisy Buchanan. Oppure classici come “Una tragedia americana” (An american tragedy, 1925) di Theodore Dreiser, dove si racconta l’ascesa e la caduta di Clyde Griffiths, un giovane ambizioso e povero che cerca di scalare la società americana superando i divari di classe: spinto dal desiderio di ricchezza, Clyde arriva a pianificare l’omicidio della fidanzata incinta, Roberta, per sposare la ricca ereditiera Sondra, finendo però condannato a morte.
Per noi italiani, che viviamo ai confini estremi dell’impero, la caduta di Lehman Bros non ha avuto lo stesso impatto emotivo che può aver avuto negli USA, dove praticamente tutti quanti giocano in borsa. Senza contare che i mezzi d’informazione, qui da noi, hanno cercato di non spaventare la gente (e gli investitori) mettendo la sordina agli aspetti più preoccupanti.
Questa ossessione americana per l’arricchimento a ogni costo non nasce soltanto dall’avidità di guadagno: è il frutto di una mentalità fortemente influenzata dal calvinismo. Per pensatori protestanti come Calvino e Zwingli, la ricchezza è buona e giusta perché è il segno della benevolenza del Signore e chi la riceve è un predestinato. Tornando ai classici della letteratura, possiamo individuare questo modo di pensare nel dibattito a distanza tra Scott Fitzgerald e Hemingway. In “The rich boy” (1926) l’autore del Grande Gatsby scriveva: “Lascia che ti parli di chi è molto ricco. Sono diversi da te e da me. Fin dalla giovinezza posseggono e godono, e questo fa loro qualcosa, li rende morbidi dove noi siamo duri, e cinici dove siamo fiduciosi, in un modo che, a meno di esser nati ricchi, è molto difficile da capire.” A queste considerazioni, Hemingway rispose così in “Le nevi del Kilimangiaro” (1936): “I ricchi erano ottusi e bevevano troppo, o giocavano troppo a Backgammon. Erano ottusi e ripetitivi. Ripensò al povero Scott Fitzgerald e alla sua romantica soggezione a loro e a come aveva una volta iniziato una storia che cominciava «Chi è molto ricco è diverso da te e me». E come qualcuno avesse detto a Scott, «Sì, hanno più soldi». Ma non era divertente per Scott. Pensava che fossero una razza speciale, seducente, e quando scoprì che non lo erano, fu, fra gli avvenimenti che lo frantumarono, in nulla inferiore agli altri”.
Capito che cosa ha fatto Massini? È riuscito a mettere in relazione eventi di cronaca con i capostipiti della letteratura d’oltre oceano.
Visto che io non saprei dirlo altrettanto bene, riporto qui un brano della prefazione dello scomparso Luca Ronconi: “Centosessant’anni di storia del capitalismo vengono squadernati in un continuo saltare fra terzietà saggistiche, flussi romanzeschi, narrazioni di incubi e vaneggiamenti, il tutto punteggiato da isole realistiche in cui l’improvviso andamento da sceneggiatura filmica è inframmezzato di continuo dal commento in contrappunto di un ignoto narratore onnisciente […] È questo congegno, ambizioso e riuscito, di continua osmosi fra dentro e fuori, a farmi avvicinare ‘Lehman Trilogy’ ai fluviali atti di ‘Strano interludio’ di Eugene O’Neill, ed è notevole che questa ardita soluzione drammaturgica mantenga la sua vigorosa efficacia nel corso di un trittico quasi wagneriano, dove l’Oro del Reno di un’Alabama negriera giungerà, inevitabile, al Crepuscolo dei divini indici di Wall Street.” (L. R.)
È chiaro che Massini è un rappresentante di quel teatro di narrazione e d’impegno civile che vede in Italia artisti importanti quali Dario Fo, Marco Paolini, Moni Ovadia, Ascanio Celestini, Giorgio Gaber. È per questo che la sua presentazione del libro sul “Mein Kampf” (tratto dal suo monologo teatrale) è stato contestato durante il Salone del Libro di Torino da alcuni neo – nazisti. Eppure era stato il frutto di molti anni di ricerca e di scrittura, analizzando parola per parola il testo originario, con l’aggiunta qua e là di pezzi tratti da centinaia di discorsi e dichiarazioni dello stesso Hitler. D’altra parte, secondo il Vangelo, “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.
Il suo libro più interessante, che invito tutti a procurarsi, è “Donald – Storia molto più che leggendaria di un Golden Man” (Einaudi, 2025). Massini compie un’analisi accurata, oserei dire una sezione anatomica, del mito del “self made man” americano e del narcisismo spinto fino all’eccesso. Il suo testo sceglie di fermarsi al momento in cui Donald J. Trump, dopo le ripetute bancarotte, decide di lasciare il campo dell’economia per gettarsi in quello della politica. Non è dunque una biografia classica, ma uno studio sul dispositivo mediatico e le spinte personali che hanno creato il personaggio, piuttosto che sulla sua evoluzione successiva. La scrittura si avvale nuovamente di versi liberi, senza metrica e senza rime, una sorta di “prose – poem”, ma con un adeguato rispetto della punteggiatura. Per quanto possa apparire poco credibile, tutto ciò che è riportato nel libro è accaduto davvero. E sono in molti oggi a dire “ah, se l’avessi saputo prima!”
Non contento, Massini ha presentato di recente, sempre nella Collezione di teatro Einaudi, la sua ultima fatica: “Lo Zar”. Preceduto dal monologo “Io, Vladimir” recitato dall’autore in televisione, il libro “Lo zar” è il resoconto dell’ascesa di Vladimir Putin, dalla fame patita nell’infanzia a Leningrado fino al giorno della presa del potere come presidente della Federazione russa. Basandosi come sempre su resoconti giornalistici, Massini mette insieme una sorta d’immaginaria autobiografia di Putin, che attraversa mezzo secolo di storia russa.
L’autore si chiede: come si diventa zar Vladimir? Attraverso eventi traumatici, umiliazioni infantili, la lotta per la sopravvivenza contro la povertà, la fascinazione per i Servizi Segreti, una feroce autodisciplina e l’ossessione per il controllo. Per Einaudi il testo è “Una riflessione sulla letale combinazione tra forze economiche, Servizi segreti e politica e una parabola sull’autoritarismo contemporaneo e sulle tecniche di manipolazione delle masse”.
In questo Putin finisce per apparire come l’immagine speculare di Donald Trump, in quanto è un individuo capace di agire sempre secondo logiche di forza, strategia, manipolazione e spietatezza. È astuto e calcolatore, sempre freddo e controllato, mentre l’altro appare ondivago, eccessivo, debordante, prepotente, incostante.
Per citare William Shakespeare, uno che di teatro se ne intende, Putin appare come un nuovo Riccardo III e la frase che lo descrive meglio è “l’inverno del nostro scontento è diventato gloriosa estate sotto questo splendore”. Per Trump, invece, la miglior definizione è quella che Polonio dà del principe Amleto: “vi è del metodo nella sua follia”. Con una scrittura tesa, scandita come un addestramento militare e lucida come un interrogatorio, Massini ci fa conoscere una traiettoria esistenziale che finisce per travolgere la fragile democrazia russa degli anni Novanta.
Franco Piccinini
[1] L’altro suo maestro è Ottavia Piccolo, con cui ha collaborato molto a lungo.
[2] Il libro si è aggiudicato: Premio Super Mondello, Campiello Selezione Giuria, Premio De Sica, Premio Giusti e Premio Fiesole. In Francia, l’edizione francese pubblicata nel 2018, ha ricevuto il Prix Médicis.
Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:

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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del libro di Dario Ferrari dal titolo ‘L’idiota di famiglia’.

‘Parco del Ticino. Scenari’ di Marco Zaffignani, Pubblinova Edizioni Negri.