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Luigi Dell’Orbo ci porta alla scoperta del libro di Mauro Covacich dal titolo ‘Lina e il sasso’.

Data di pubblicazione:

Mauro Covacich, Lina e il sasso, La nave di Teseo, 2026

Mauro Covacich, navigato scrittore triestino trapiantato a Roma da un ventennio, dice di aver proposto con Lina e il sasso, (nella dozzina dello Strega 2026), una favola moderna, ma cosa intenda non è affatto chiaro. Il lettore esce dal romanzo con la sensazione di esser stato immerso in un bagno di realtà, di attualità esistenziale che con il favolistico poco ha a che fare; l’unico elemento che ci conduce in quella direzione è La zuppa di sasso, una favola che fa un po’ da trait d’union di tutto il testo, ritornando pure nel titolo, ma che non convoglia certo le vicende raccontate alla dimensione favolistica come sembrerebbe indicare l’autore. Questa storia del lupo che vuol cuocere un sasso e che lo scopre sempre duro ed immangiabile piace tanto a Lina, la bambina al centro del romanzo; lei chiede costantemente le venga raccontata e riraccontata con il naturale gusto per la ripetizione. Lina, però, non è una bambina così piccola, ha dieci anni, ma alcuni aspetti della sua crescita sono più lenti del normale: è disprassica, dicono le maestre, è Lina la mongolina la punzecchiano invece i compagni, senza che lei se ne adonti. In effetti, è segnata da una leggera traccia di sindrome di down, ma è caratterialmente esuberante ed empaticamente in grado di attrarre e trascinare piccoli e grandi. Forse il suo, essendo uno sguardo sghembo sul mondo, coglie e fa cogliere alcune cose che altri non vedono. Il corpus narrativo del romanzo si dipana fondamentalmente intorno agli adulti che circondano la piccola: la madre Elena con il nuovo compagno di vita Max; il padre naturale della bambina da cui Elena è separata e, per necessaria simmetria, la precedente compagna di Max, Carlotta, abbandonata dopo una convivenza decennale. In ultimo la madre di Elena, nonna di Lina, colta negli ultimi tempi della vita, stretta dagli artigli della vecchiaia e della malattia. Qui di favolistico c’è proprio poco a partire dal chiodo fisso che tormenta Elena di esser finita a vivere in un sinistro quartiere popolare denominato le Torri, tre enormi palazzoni dalle cui finestre si vedono i primi campi che circondano la città dopo aver abbandonato la Roma dei ricchi in cui abitava col marito e dove ritorna ogni giorno a lavorare come fisioterapista in un circolo del tennis frequentato da anziani benestanti. E c’è ancor meno favola nella vita di Carlotta, la ex convivente di Max, che accompagna ad una vita di successo mediatico in televisione le notti in cui si concede a sconosciuti per incontri vagamente sadomaso, solo per testare la resistenza del corpo e per riempire il vuoto dell’esistenza. Cosa scorra nella testa di Max, un uomo di mezz’età che dovrebbe essere uno scrittore, ma che non vediamo mai scrivere, quanto piuttosto dedicarsi a lunghe passeggiate simili a maratone che si impone ogni giorno dopo aver accompagnato a scuola Lina, non lo sa nemmeno la voce narrante. Questo è degno di nota: il romanzo è scritto in terza persona, cioè nel modo classico della narrativa pre-moderna, ma per ben cinque volte il narratore onnisciente cala le armi e ammette a mezza bocca, che di cosa pensi o senta questo Max non è in grado di dire. Il narratore, quindi, ammette Covacich sulla scia di tutta l’esperienza romanzesca del Novecento, non può più ambire all’onniscienza, ha dei buchi di comprensione nella psicologia di alcuni personaggi che mette in scena.
La lingua di Covacich è tersa, puntuale nelle descrizioni, addirittura pignola nella terminologia, anche oltre il necessario, ma si ravviva in un dialogato sapido, veloce e credibilissimo che non si tira indietro dall’esigenza di imitare le dizioni romanesche, la sintassi sbilenca della bambina, la secchezza nervosa della madre. Una prosa d’alto profilo letterario che nulla ha a che fare con la narrativa di consumo. Un romanzo che merita e che, come ha colto Antonio Moresco, più che al favolistico indugia verso il tragico attuale probabilmente senza deliberata intenzione rendendone l’esito ancor più efficace.

Luigi Dell’Orbo

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