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Luigi Dell’Orbo ci accompagna alla scoperta del romanzo di Candido Bottin dal titolo “La pietra spezzata”.

Data di pubblicazione:

Candido Bottin, La pietra spezzata, LAR edizioni, 2026

 

In quest’ultimo romanzo Candido Bottin, come in altre opere, parte dalla Storia, quella ufficiale con la esse maiuscola per far nascere le sue di storie. È un punto di partenza, lui stesso lo riconosce, che gli permette di ancorare l’immaginazione ad un punto fermo che faccia da baricentro allo sviluppo creativo delle trame. Abbiamo visto ed apprezzato questo espediente in almeno due precedenti lavori che si rifacevano a scenari di storia novecentesca, Come neve sui monti d’Albania e Il venditore di mimose. Ne La pietra spezzata, ci proietta invece in epoche ben più lontane, come recita la nota di copertina: Piemonte 1675 – 1741. Un borgo, una chiesa, un enigma. Siamo questa volta contestualizzati in un tempo remoto, proiettati in una dimensione storica precisa che è quella del Regno di Sardegna colto nel momento del passaggio da ducato dei Savoia a riconosciuta piccola monarchia, schiacciata fra le due potenze egemoni del tempo: la Francia del Re Sole e il Sacro Romano Impero sotto la dinastia degli Asburgo, i cui confini arrivavano al di là del fiume Sesia, ad un passo da Vercelli. Lo sfondo storico sono dunque i complessi giochi d’equilibrio diplomatico e militare che la dinastia piemontese mette in atto in quei decenni per sopravvivere e ritagliarsi una fetta di autonomia e di futura intraprendenza politica. Attori e comparse delle vicende narrate sono un gruppo di nobili piemontesi che ha giurato fedeltà alla casa Savoia e che rappresentano i signori delle terre in cui avvengono i fatti: siamo a Scalenghe, oggi Piemonte, provincia di Torino, e, più precisamente, alla Pieve di Scalenghe, un minuscolo borgo immerso in mezzo ai boschi, a pochi chilometri di distanza dal confine francese perché, sino alla fine del XVIII secolo Pinerolo, conquistata dalle truppe del cardinal Richelieu, era una fortezza inespugnabile sulle cui torri sventolava il vessillo del Re Sole. La Pieve indica una chiesa di campagna con tanto di autorizzazione ai battesimi e ai riti, gestita da un sacerdote chiamato appunto pievano la cui nomina non dipendeva dall’autorità ecclesiastica, ma direttamente dai conti di Piossasco, nella persona di Folgore di Piossasco, conte di Piossasco, Volvera, Castagnole, Scalenghe e Bardassano. “la parrocchia della Pieve era “beneficio perpetuo di giurispatronato laicale” del suddetto conte, il quale deteneva anche il beneficio della nomina del pievano”.
L’edificio è molto antico e piuttosto malridotto al punto di aver spinto Don Pietro e il podestà locale a segnalare alle autorità più in alto di loro la necessità di un qualche intervento conservativo, ma il 25 ottobre 1732, intanto che don Pietro si accinge a consumare una scipita minestra preparata dalla perpetua un gran boato scuote la pace della campagna; corre fuori a vedere e lo scenario che si trova di fronte lo fa impallidire: il campanile è improvvisamente franato trascinando via mezza chiesa e invadendo di macerie il vicino cimitero. Fortuna che la chiesa fosse vuota.

 

Questo è il cuore del romanzo: il crollo della vecchia Pieve e tutto il lavorio che ne consegue per ottenere la costruzione di una nuova. Nulla di inventato perché l’autore, prima di mutarsi in narratore, si è fatto storico e ha trovato negli archivi della Pieve di Scalenghe tutta la documentazione che fa da architrave al romanzo e che in certe parti è letteralmente citata; ma non basta, prima ancora che storico e narratore Candido Bottin è anche architetto e possiede tutte le categorie tecniche necessarie per renderci quasi tangibili le descrizioni della nuova Chiesa che sarà poi affidata ad un valentissimo professionista di quei tempi, Gian Giacomo Plantery di cui ha rinvenuto progetti e schizzi originali.

La struttura del testo è comunque più complessa e articolata, come se l’architetto e lo storico locale ad un certo punto vengano messi da parte dal narratore che pretende la sua parte e aggiunge tutta una serie di sottotrame che girano intorno all’evento principale. L’autore vuole metterci un po’ di pepe, cioè di mistero come già indica la copertina e qui se si vuole scoprire quel che bolle in pentola non resta che leggere questo agile e gradevole lavoro, in cui assieme ad un omaggio al Manzoni, ci sono, infatti, i capponi e due giovani che devono sposarsi, c’è un bel po’ di Dumas e il ricordo dei romanzi di cappa e spada che continuano, evidentemente, ad avere il loro pubblico.
Il narratore ha preso troppo la mano? Potrebbe… ma se la finalità del testo come scrive Erica Bonansea che lo ha curato è quello di produrre “
una narrativa di qualità” che “possa essere fonte di piacevole intrattenimento ma anche di conoscenza del nostro passato storico e del nostro territorio” allora possiamo dire che Candido Bottin abbia centrato in pieno l’obiettivo.

 

Luigi Dell’Orbo

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