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Luigi Dell’Orbo ci accompagna alla scoperta di Devozione di Charlotte Wood.
Data di pubblicazione:

Luigi Dell’Orbo ci accompagna alla scoperta di Devozione di Charlotte Wood.
Data di pubblicazione:

Charlotte Wood, Devozione, Fazi Editore, 2026
Charlotte Wood, classe 1965, scrittrice australiana che annovera sette romanzi di cui solo Weekend nel 2020 era stato tradotto e presentato al pubblico italiano, sino a quest’ultimo Devozione, nella versione di Manuela Francescon, proposto da Fazi nella primavera passata; ed è di questo che merita parlare.
Si tratta di un romanzo singolare dall’andatura lenta, meditativa e avvolgente: in certa misura inquietante. C’è una voce narrante di cui ignoriamo il nome: sappiamo solo che si tratta di una donna di mezza età che svolgeva un’attività complessa e socialmente riconosciuta in ambito di difesa dell’ambiente, veniamo a capire che aveva un marito, nessun figlio, viveva a Sidney e, per esigenze di lavoro, era sempre in giro per il mondo. La troviamo nel primo capitolo in viaggio da sola, con la propria auto, intenta ad attraversare un altipiano australiano, arido come una steppa. Dopo trent’anni dalla morte di sua madre ha sentito il bisogno di cercare le tombe dei genitori, con fatica le rintraccia in un cimitero che stentava a ricordare. Si accascia vicino alle loro sepolture e con delicatezza bacia la terra che le ospita. Ha deciso di passare qualche giorno in zona e si reca in un piccolo monastero cattolico in cui vive un pugno di vecchie suore e vi sono camere messe a disposizione per i viaggiatori. Le viene data una stanza: c’è silenzio e ne rimane colpita: “Nel mondo contemporaneo, tutta questa quiete, ha un che di radicale. È illecita.” (…). “Essere qui riporta a una condizione infantile; le ore sono lunghissime e si aspetta tanto, fissando lo spazio. Nessuno mi chiede niente. Nessuno si aspetta niente.”
I pochi giorni trascorrono in una specie di stupore incantato. È rapita dall’osservare la vita quotidiana delle suore, scandita dai lavori nel convento: orto, cucina, pulizie e soprattutto dal servizio religioso con i rituali ricorrenti, la recita dai salmi, i rosari, la liturgia delle ore che per una donna atea e di formazione scientifica hanno un che di incomprensibile, ma stranamente pacificante. Vi rimane cinque giorni, poi sale sull’auto e torna alla sua vita. Così si chiude la prima parte costituita da una trentina appena di pagine; la seconda si apre in uno spazio temporale incerto, forse è passato qualche mese, forse addirittura qualche anno e veniamo a capire che la protagonista ha rotto tutti i contatti con la vita precedente e vive ormai da tempo al convento accettata fra le suore, pur non essendo una religiosa, né in senso sociale, né interiore: “Devi credere in Dio per unirti ad un ordine religioso? A me nessuno ha fatto domande specifiche in materia di fede. Del resto, non sono mai entrata davvero a far parte di questa comunità.” Ha deciso di rimanere ed è stata accolta senza particolari richieste. Ma perché l’ha fatto? Da cosa fuggiva? Da nulla di preciso. Era qualcosa di meditato da tempo? No, infatti scrive “non avevo nessun piano, ma questo sembrava ed è ancora impossibile da spiegare. Sono venuta qui per la seconda volta e… niente, non sono più tornata a casa.”
Lo spaccato di vita comunitaria non è ingenuamente idilliaco: la vita è dura e si fa ancor di più complicata per un fatto che Charlotte Wood attesta essere veramente accaduto qualche anno fa nelle sterminate pianure australiane: un’invasione di topi, qualcosa di biblico, insensato, epidemico che si affaccia pian piano per poi diventare un autentico flagello. I topi invadono il convento: “mangiano qualunque cosa”. “Qui, per esempio, hanno rosicchiato i tubi di plastica arrotolati dietro la lavastoviglie, l’isolante del forno e il cavo di alimentazione della lavatrice…” poi arrivano al culmine: mangiano i loro simili, uccisi dalle trappole, strappandoli a brandelli. La lotta per liberarsi da questo incubo che non è metafora di nulla, ma un fatto drammaticamente reale, occupa la vita del convento e degli abitanti dei villaggi vicini.
Non basta, altri due fatti arrivano a mettere a dura prova quel pugno di donne non più giovani che combattono per tenere vivo il convento: il rientro delle spoglie di una consorella che vent’anni prima aveva vissuto alcuni anni con loro, poi, abbandonata la clausura, si era dedicata al recupero di donne e ragazze con trascorsi difficili. Era finita uccisa da chissà chi e ora, dopo decenni, recuperate le povere ossa, le suore la vorrebbero onorare dandone sepoltura all’interno del convento. I resti arriveranno accompagnati da un’altra suora che, come la consorella deceduta aveva scelto una forma di vita combattiva nel mondo, tra la gente, sui social, avversaria giurata della clausura. Di sfondo compare l’epidemia di covid che ha come unica conseguenza nel romanzo di bloccare i voli e costringere questa suora, Helen Parry, a convivere per mesi con le consorelle che la temono e non la comprendono. “Nonostante non parli d’altro che di quando andrà via, è ancora qui. Lei e le ossa sono ormai unite da un legame profondo. Qualcosa nella presenza – l’attesa e lo scompiglio che portano – impedisce al nostro piccolo ecosistema di tornare al suo naturale equilibrio.” Lei non mangia con loro, ma nella sua cella, prima però va a sentire il notiziario, poi spegne la tv e torna alla sua solitudine. Il rumore dell’apparecchio finisce in fretta “ma non altrettanto la sensazione che lei abbia riportato sotto i nostri occhi le catastrofi del mondo, le ingiustizie trascurate, i poveri abbandonati a loro stessi, le creature della natura senza protezione, i diritti per cui nessuno si batte: Ha fatto entrare in casa nostra, senza chiedere permesso, tutte le cose che con cura e fatica abbiamo cercato di lasciarci alle spalle.”
Inoltre, era pure stata per qualche tempo compagna di liceo della protagonista, con un passato molto poco felice, e il fatto di ritrovarsela ora davanti solleva in lei una tempesta emotiva difficile da gestire.
Questo libro è una storia di resistenza, di scontro con la natura, di perseveranza nelle scelte e parte del suo fascino sta certamente in qualcosa che a noi appare sempre più volatile e inconsistente: la speranza. “Da qualche parte ho letto che per i cattolici la perdita di speranza è il peccato più imperdonabile. Credo abbiano ragione: è maligna, sanguigna, e si espande. Una volta che l’hai persa, non so se la speranza – o la fede: sono forse la stessa cosa? – possa mai tornare.”
Luigi Dell’Orbo

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