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UN RICORDO DI STEFANO BENNI
Franco Piccinini ci porta un ricordo dello scrittore Stefano Benni a pochi giorni dalla sua scomparsa.
Data di pubblicazione:

Franco Piccinini ci porta un ricordo dello scrittore Stefano Benni a pochi giorni dalla sua scomparsa.
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UN RICORDO DI STEFANO BENNI
Stefano Benni (Bologna, 12 agosto 1947) se n’é andato dopo una lunga malattia il 9 settembre 2025. Si è spento a Bologna in una casa di riposo per artisti, dove si era ritirato quando non è più stato in grado di scrivere. Secondo il suo amico Goffredo Fofi (l’ultimo ad averlo incontrato) negli ultimi tempi aveva perso anche l’uso della parola. Questa è una delle peggiori punizioni che possa toccare a un uomo: secondo alcuni religiosi, quando Dio vuole punire veramente qualcuno, prima gli dona l’intelligenza e poi gliela toglie.
Benni ha fatto grande uso della parola, nel corso della sua vita: è stato scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo italiano. Ha parlato di sé e della sua formazione culturale e umana nella sua autobiografia, ma è riuscito a tenere la sua vita privata lontano dai riflettori della ribalta mediatica in cui si doveva muovere. Un po’ di riservatezza è comprensibile, in una persona che ha venduto milioni di copie dei suoi libri, tradotti in varie lingue nel mondo. Si sa che ha un figlio, che racconta di aver avuto a 40 anni.
Ha venduto oltre 2 milioni di copie ed è stato tradotto in una trentina di lingue, grazie al suo editore di riferimento Feltrinelli, eppure non è mai entrato nel mainstream televisivo o accademico, forse perché non era disposto a compromessi. In effetti, nel 2015 pubblicò sulla sua pagina Facebook ufficiale una lettera in cui spiegava le sue ragioni nell’aver rifiutato il premio Vittorio de Sica, attribuito annualmente ad alte personalità italiane e straniere che si sono distinte nelle arti: rifiutava per protesta contro i tagli alla cultura e alla scuola attuati dal Governo Renzi.
Nel mondo dello spettacolo ha avuto i suoi esordi, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Come autore televisivo, scriveva battute per conto di Beppe Grillo, ai suoi esordi come comico televisivo. Erano gli anni della scoperta della loggia massonica “coperta” Propaganda – 2, quella che ha coinvolto tanti personaggi della politica e delle Istituzioni. Furono tutti perdonati e dimenticati: l’unica a pagare un alto prezzo fu la presidente della Commissione d’Inchiesta Tina Anselmi, espulsa dalla vita politica. È proprio di Benni la celebre gag del teorema per cui, alla fine di un calcolo cervellotico, Pietro Longo diventava = P2. Per questa battuta L’Umanità, organo di stampa del PSDI, chiese senza successo alla commissione parlamentare di vigilanza Rai la rimozione di Grillo dalla tv di Stato. Il momento non era favorevole: ma ci sarebbe più tardi riuscito Bettino Craxi. Anche in questo caso, pare sia stato Benni a coniare la celebre barzelletta su Craxi e Martelli in Cina. Per chi non la ricordasse, Grillo raccontava che Craxi diceva al suo vice Martelli: “Vedi, qui in Cina sono un miliardo e sono tutti socialisti”. Al che Martelli obiettava: “Tutti socialisti? Ma allora, a chi rubano?” Erano i tempi di Tangentopoli e l’allontanamento di Grillo non servì a calmare la tempesta. In compenso, spinse il comico a lasciare il mondo dello spettacolo e a entrare in quello della politica. Forse chi lo ha censurato non ha fatto un grande affare, dopotutto.
Nel 1987 Benni è stato sceneggiatore di un film, “Topo Galileo” (1988) di Francesco Laudadio, interpretato proprio dall’amico Beppe Grillo e musicato da Fabrizio De André e Mauro Pagani (ex – PFM). Come spesso accade nei lavori di Benni, il contenuto è quasi fantascientifico: Giuseppe Maria Galileo (Grillo) è uno specialista in derattizzazione, che viene incaricato di dare la caccia al topo Sigfrido, fuggito dal laboratorio. Il topo ribelle si è insinuato nelle tubature d’una centrale nucleare ed è pericolosamente radioattivo. Galileo, nel tentativo di catturare Sigfrido, rimane contaminato e diventa a sua volta una cavia degli scienziati. Nonostante le firme prestigiose, il film non ebbe grossi risultati al botteghino: non è oggettivamente un capolavoro, ma vale sicuramente la pena di vederlo, per il suo contenuto ecologico oggi più attuale che mai. Al contrario non mi risulta che sia mai più stato riproposto, neppure nella più piccola delle TV private: suppongo che sia colpa delle scelte politiche di Grillo. I critici cinematografici lo hanno massacrato in misura eccessiva, mentre i palinsesti televisivi lo hanno condannato alla “damnatio memoriae” e non vogliono che lo si veda più in televisione.
Benni ha anche co – diretto con Umberto Angelucci il film “Musica per vecchi animali”(1989) tratto dal suo romanzo “Comici spaventati guerrieri” e interpretato da Dario Fo e Paolo Rossi.
Il suo libro più famoso tuttora più ricordato è “Bar Sport” (1976), che è anche il suo esordio letterario. Benni collaborava all’epoca con i mensili a fumetti “Linus” e “Il Mago”, e proprio qui pubblicò a puntate parte di Bar Sport. “Il Mago” era diretto da Fruttero e Lucentini, che apprezzavano molto i testi umoristici: si vedano i loro libri come “La prevalenza del cretino” e “L’Italia sotto il tallone di F&L”. Anche nelle loro selezioni per la collana “Urania” puntavano sovente su scrittori dotati di sense of humor e capaci di trovate satiriche: come Robert Sheckley, Ron Goulart, Mack Reynolds e Douglas Adams. Uno come Stefano Benni era proprio adatto al loro modo di intendere la scrittura. “Bar Sport” è oggi considerato un classico della narrativa umoristica italiana, e caratterizzato dalla particolare comicità di Benni: presenta situazioni reali stereotipate, deformate ed estremizzate ed è scritto in un linguaggio ricco di allusioni all’attualità e giochi di parole.
Come scrittore, è stato autore di vari romanzi e antologie di racconti di successo, tra i quali Elianto, Terra!, La compagnia dei celestini, Baol, Comici spaventati guerrieri, Saltatempo, Margherita Dolcevita, Spiriti, Il bar sotto il mare, Stranalandia, Cari mostri, Bar Sport 2000, e Pane e tempesta. I suoi libri sono stati tradotti in più di 30 lingue ed è molto conosciuto in Francia. In passato ha anche collaborato con i settimanali L’Espresso e Panorama, con i satirici Cuore e Tango e i quotidiani La Repubblica e Il manifesto. I suoi romanzi e racconti contengono, di solito tramite la costruzione di situazioni e mondi e immaginari, una forte satira della società italiana degli ultimi decenni. Il suo stile di scrittura fa ampio uso di giochi di parole, neologismi, parodie di altri stili letterari e si serve di personaggi bizzarri, ai limiti dell’inverosimile.
È stato un grande amico dello scrittore francese Daniel Pennac. Anzi, fu Benni a convincere la casa editrice Feltrinelli a tradurre in italiano i primi libri di Pennac. Da allora ciascuno dei due autori era solito presentare i libri dell’altro quando questi venivano pubblicati nei rispettivi Paesi. Sono entrambi scrittori amati dai giovani, cosa tutt’altro che facile. È difficile convincere un giovane a leggere qualcosa di diverso dai messaggi sul suo telefonino e può farlo solo chi è un grado di parlare con contenuti che lo interessino. Pennac e Benni ne sono stati capaci.
Il loro modo di affrontare la vita con umorismo ha in effetti diversi punti di affinità. Come afferma lo stesso Benni in “Spiriti”: “Ridere è un modo elegante di piangere.” E i giovani lo hanno compreso.
Per ricordarlo, ognuno può scegliere, nella sua vasta bibliografia, i testi che trova più adatti. Io ne ho selezionati tre.
Il mio preferito è “Terra!”, un romanzo del 1983. È fantascienza post apocalittica ambientata nell’anno 2156, caratterizzata da una moltitudine di personaggi bizzarri, con in più una sottile satira di alcune politiche odierne e la parodia di fatti storici. Secondo Benni, nel futuro prossimo a partire dal 2039 vi sono state quattro guerre mondiali, la prima delle quali causata per errore (occhio! Mancano solo una dozzina d’anni a questa previsione!). La situazione climatica è disastrosa, perché un’enorme cortina di ghiaccio e neve avvolge la terra e il cielo è oscurato da un lungo inverno nucleare (Benni qui cita l’ipotesi di Carl Sagan sull’inverno nucleare – una cosa di cui ho già avuto modo di scrivere). In questo scenario si muovono tre superpotenze mondiali: la Federazione Sineuropea con gravi carenze di energia, l’Impero Militare Giapponese con carenze di spazio, e la ricchissima unione degli sceicchi Aramerorussi (la suddivisione in tre blocchi è una ovvia citazione di “1984” di Orwell).
Quando viene scoperto un pianeta simile al nostro, battezzato subito Terra 2, si scatena una corsa allo spazio per arrivare primi al nuovo mondo. Tre navi spaziali partono per l’impresa: la Proteo Tien, navetta sino – europea scassata ed antiquata (qui Benni si richiama alla Fantarca di Giuseppe Berto), la piccolissima astronave giapponese Zuikaku, guidata da un comandante fanatico e con sessanta topi ammaestrati come equipaggio, e la colossale Calalbakrab, nave spaziale del re degli Aramerorussi (Arabia, America & Russia fusi insieme).
Sulla Zuikaku i topi ammaestrati, indignati dalle ingiuste punizioni impartite dal comandante Yamamoto (nome non certo casuale!) si ammutinano e lo scagliano fuori in una capsula; come ultimo suo atto, il giapponese lancia delle testate nucleari che vanno a colpire la base spaziale del pianeta Mellonta, distruggendola. Sulla nave degli Aramerorussi, il re Akrab viene ucciso da un suo suddito, mentre la Proteo Tien viene risucchiata da un vortice spazio-temporale. E qui arriva il colpo di scena finale: sulla Terra 1 gli scienziati arrivano a comprendere perché nessuna delle astronavi abbia trovato il nuovo mondo. Il suo scopritore, l’esploratore Van Cram era a sua volta entrato in un vortice temporale e aveva viaggiato indietro nel tempo: il pianeta da lui scoperto era semplicemente la Terra del passato, prima che la civiltà umana e il progresso la distruggessero. E bravo Benni: avvalendosi della sua inventiva, ha anticipato le ipotesi di scienziati come Kip Thorne e film come “Contact” e “Interstellar”. Niente male, direi, per un autore per il quale la Feltrinelli non ha mai osato adoperare la parola fantascienza.
Il secondo lavoro è “Baol – Una tranquilla notte di regime” (1990). Seguite l’incipit: “È una tranquilla notte di regime. Le guerre sono tutte lontane. Oggi ci sono stati soltanto sette omicidi, tre per sbaglio di persona. L’inquinamento atmosferico è nei limiti della norma. C’è biossido per tutti. Invece non c’è felicità per tutti.”
Sembra Blade Runner, vero? Ma il tono non è quello drammatico e “deadly serious” della fantascienza americana. L’umorismo e le bizzarrie dello stile di Benni non mancano neanche qui. Le vicende narrate sono ambientate in un ipotetico 1990, presumibilmente in un universo parallelo, dove un immaginario paese è retto da un grottesco Regime a capo del quale c’è il Gran Gerarca degli industriali Enoch, con la sua cerchia di gerarchi secondari, gerarchetti, dirigenti e manageri. La realtà primaria viene alterata da compositori che la mescolano con realtà composta, come in un romanzo di Philip Dick. Un governo totalitario che controlla i media non è più fantascienza, ahimè, e Benni scriveva in un momento nel quale ancora non spadroneggiavano i social media, le fake news create con l’intelligenza artificiale e la post – verità era un termine non ancora inventato.[1]
Il terzo romanzo, altrettanto interessante, è “Saltatempo” dal contenuto vagamente autobiografico, edito da Feltrinelli nel 2001 e vincitore del premio Bancarella quello stesso anno. Lupetto è un bambino di paese degli anni cinquanta, figlio di un falegname, che frequenta le elementari. Una mattina incontra un vecchio barbone, che forse è un dio pagano in incognito, perché gli regala uno strano orologio. In effetti è un orobilogio, ossia un orologio biologico, che regola il suo metabolismo interno e che gli permetterà di correre avanti nel tempo, senza invecchiare. Da quel momento Lupetto diventa Saltatempo e cresce con evidenti ideali comunisti e combattivi, in un paese che si prepara ad una trasformazione negativa (Lupo è da sempre il soprannome di Stefano Benni, per via del fatto di aver vissuto la sua infanzia tra le montagne dell’Appennino). Insieme al suo orobilogio, Saltatempo prevede e vive nello stesso tempo ciò che accade alla sua terra natale: dalla guerra partigiana alla costruzione dell’autostrada, dalla minaccia di distruzione dei boschi alla rovina del fiume, fino alla perdita di un amico vittima della droga. Lupetto vede di persona il sessantotto, gli scioperi, l’avidità dei padroni e vive la trasformazione dell’Italia con la perdita degli ideali politici e il consumismo.
La scomparsa del suo paesino (che potrebbe essere quello di tutti, col fiume, il bar, le vigne, i boschi, le partite a carte) è una metafora su ciò che è accaduto agli ideali dell’Italia del Dopoguerra. Nelle parole dello stesso Benni: “L’infanzia è il posto dove torniamo quando il mondo fa troppo rumore”. Curiosamente, in questo romanzo, pieno di nostalgia, ho trovato diversi punti di contatto con due opere americane, anch’esse di tipo umoristico.
Intanto c’è “Mattatoio n°5” (Slaughterhouse Five, 1969) di Kurt Vonnegut jr., il cui protagonista Billy Pilgrim salta avanti e indietro nel tempo, passando dall’America odierna alla Germania del 1945, quando era prigioniero dei tedeschi ed ha assistito al bombardamento di Dresda. Anche in questo caso c’è un certo contenuto autobiografico, perché Vonnegut è stato realmente prigioniero a Dresda sotto le bombe inglesi. Per quest’opera è stato definito “un terrorista del divertimento”.
Poi c’è un notissimo racconto di Robert Bloch: “Treno per l’inferno” (That hell bound train, 1958). Nel racconto ideato dal creatore di “Psycho” c’è un giovane “hobo” un vagabondo con una passione per i treni. Una notte, mentre riposa accanto ai binari, comincia a pensare se abbandonare il crimine o lasciarsi semplicemente morire. A quel punto un grande treno nero senza contrassegni si ferma accanto a lui. Il capotreno (che nasconde due corna da capra sotto il berretto) offre a Martin tutto ciò che vuole, ma in cambio dovrà salire su quel treno diretto all’inferno quando morirà. Martin richiede il potere di andare avanti oppure fermare il tempo. Il conduttore acconsente a questa richiesta e gli fa dono d’un orologio da capostazione: nel momento più felice della sua vita basterà scaricare la molla per fermare il tempo. Ma c’è sempre un imbroglio nei patti col diavolo: negli anni che seguono, Martin scopre di non saper scegliere quale sia il momento più felice. Quando è meglio fermarsi: dopo il successo economico, o il matrimonio con la donna che ha sempre amato, o i figli? Alla fine muore, senza aver mai bloccato il tempo. Così il treno nero si presenta puntuale e Martin ci sale. Tuttavia, apprezza l’aspetto peccaminoso dei passeggeri (vagabondi, ubriaconi, giocatori, simili a lui quando era giovane e senza casa). Così scarica l’orologio e sceglie di fermare il tempo. Il treno non arriverà mai al deposito e Martin, ora frenatore del Treno per l’Inferno, trova finalmente la felicità.
Sono due storie molto americane, certamente, ma potete fare da soli i confronti con Benni e notare le somiglianze. Non resterete delusi da tutti e tre gli autori. (f. picc.)
[1] (è l’espressione con cui si fa riferimento alla minore rilevanza che hanno oggi i fatti rispetto alle loro interpretazioni, nasce come termine anglosassone nel 2016).
Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:

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