UN FANTASTICO BERGMAN
“Iperborea” è una casa editrice piccola, ma molto conosciuta e apprezzata, che si occupa da parecchi anni di far conoscere al pubblico italiano gli scrittori scandinavi. In effetti, se non ci fosse, molti di questi scrittori resterebbero totalmente sconosciuti. Qualche nome di prima grandezza in passato è riuscito a farsi conoscere in tutto il mondo. Ci sono stati grandi drammaturghi come August Strindberg (svedese) e Henrik Ibsen (norvegese), ma anche scrittori di valore: da Hans Christian Andersen (danese) a Selma Lagerlof (svedese – prima donna a vincere il Nobel per la letteratura), da Par Lagerkvist (svedese, premio Nobel anche lui) a Mika Waltari (finlandese), senza scordare Karen Blixen (danese). Di recente, lo scrittore finlandese Arto Paasilinna è diventato un best seller, grazie a Iperborea. In generale, però, gli autori contemporanei sono rimasti rinchiusi in una piccola nicchia, da cui li ha fatti uscire proprio Iperborea. Il nome dell’editore non è stato scelto a caso: nella mitologia greca antica gli Iperborei erano un popolo leggendario, che secondo i Greci occupava il regno dell’estremo settentrione, un mondo di freddo eterno. Avevano la protezione del dio Apollo che, non scordiamolo, era il padre delle nove muse e dunque il patrocinatore di tutte le forme d’arte.
È nel catalogo di Iperborea che mi sono imbattuto, quasi per caso, in un piccolo libro dal titolo: “Il settimo sigillo”. Si tratta della sceneggiatura originale del famoso film di Ingmar Bergman, scritta dallo stesso regista e dimenticata per molto tempo. L’indagatore delle crisi di coppia e dei drammi borghesi si trova qui alle prese con un soggetto di genere “weird fantasy”, ma non è un caso. L’idea gli era venuta da giovane, contemplando gli affreschi delle chiese medievali, che spesso raffigurano le famose Danze Macabre. Nella “Danse Macabre” si vedono spesso personaggi che danzano una sorta di pavana alternati a scheletri ambulanti, che li trascinano verso l’Aldilà. È da questi dipinti che provengono i personaggi del film di Bergman: menestrelli girovaghi, appestati, flagellanti, streghe sul rogo, cavalieri crociati e poi la Morte stessa, che gioca con le loro anime. Il regista scrisse un atto unico nel 1954, per un saggio di recitazione degli allievi dell’Accademia Drammatica di Malmö e lo intitolò “Pittura su legno”; da lì ha ricavato il soggetto di una delle sue opere cinematografiche più popolari, vincitrice di un premio speciale al Festival di Cannes nel 1957. Incredibilmente, nonostante la sua fama, di quell’opera teatrale e della sceneggiatura non si trovava traccia nemmeno in Svezia, dove il traduttore è andato a cercarla. È per questo che il testo ha visto la luce solo recentemente, nel 2017. Chi lo legge, nota subito che i dialoghi sono quelli del film, ma le descrizioni sono dettagliate e scritte in un stile lirico, quasi poetico, come se l’autore volesse aiutare il lettore a visualizzare le scene che ha in mente. Ecco un esempio, preso dall’incipit: “La notte ha a stento portato un po’ di fresco che già all’alba il sole annuncia il suo arrivo con una brezza calda sul mare incolore. Il cavaliere Antonius Block è sdraiato su rami d’abete sparsi sulla sabbia fine. Ha gli occhi spalancati e arrossati dalla mancanza di sonno.” Grazie a questo modo di scrivere, si ha l’impressione di essere davanti più a un romanzo breve che a una semplice sceneggiatura.
La trama è piuttosto nota e ne darò soltanto un breve accenno. Il cavaliere Antonius Block (interpretato da un giovane Max Von Sidow) è di ritorno dalle crociate in compagnia del fedele scudiero Jons, quando sul proprio cammino si imbatte nella Morte, che è venuta a prendere la sua anima; per guadagnare tempo, Block sfida la Morte a una partita a scacchi, mettendo in palio la sua stessa vita. Sa che perderà, probabilmente, ma intanto ha ottenuto una dilazione. Nel frattempo, durante il viaggio verso casa, il cavaliere s’imbatte in una umile famiglia di saltimbanchi e decide di scortarli fino al proprio castello. Durante il percorso il gruppo avrà modo di incontrare le vittime della peste del XIII secolo (la terribile peste polmonare, la stessa di cui ci parlava Boccaccio), e poi ladri e imbroglioni, soldati prepotenti e incattiviti dalla guerra, giovani streghe destinate a bruciare sul rogo e così via. Il regista svedese, figlio di un pastore protestante, usa questi incontri per interrogarsi sul silenzio di Dio e su ciò che sarà dell’uomo dopo la sua dipartita da questo mondo, ma lo fa attraverso una varietà di registri diversi e mette a confronto i diversi modi di leggere l’esistenza (il cavaliere, lo scudiero, il menestrello). Sul finale, Block sceglie di accelerare la propria sconfitta, perdendo volutamente pur di dare tempo alla giovane coppia di girovaghi di salvarsi.
Il film è girato in bianco e nero, ma una volta tanto non andrebbe né colorato né rifatto: la fotografia b/n è perfetta per questa storia. Il film è entrato nell’immaginario collettivo soprattutto per due scene: la prima è la celeberrima partita a scacchi tra il protagonista e la Morte, che viene rappresentata come una sinistra figura incappucciata e avvolta in un lungo mantello nero, secondo la tradizione iconografica medievale, ma con un volto umano al posto dell’abituale teschio. La seconda è l’indimenticabile finale della pellicola, con la Morte che guida la processione dei defunti lungo il pendio di una collina, mentre la coppia dei saltimbanchi osserva da lontano le loro sagome danzanti.
“Li vedo, Mia! Li vedo! Laggiù contro il cielo nero della tempesta. Ci sono tutti. Il fabbro e Lisa e il Cavaliere e Raval e Jòns e Skat. E il severo Signore della Morte li invita alla danza. Vuole che si tengano per mano e danzino in una lunga fila. E in testa avanza il severo Signore con falce e clessidra.”
Sono scene “cult” che diventeranno ben presto oggetto di citazioni e parodie. Una delle più note e quella realizzata da Woody Allen nel suo film “Amore e guerra”. Nel corso della vicenda, oltre a parodiare i grandi romanzieri russi come Tolstoj e Dostoevskij, Allen (nel ruolo del giovane Boris) si imbatte anche nella Morte, che ha un aspetto molto “bergmaniano”. Le chiede: «Che succede dopo morti? C’è l’Inferno? C’è Dio? Si resuscita? Be’, allora, una domanda fondamentale: ci sono le donne?»
Al che la Morte risponde: «Sei un giovane interessante. Ci rivedremo.»
E il giovane Boris: «Oh, non si disturbi!»
Ma non è l’unico esempio. Anche il cavaliere medievale Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman) si imbatte nella Morte, dopo averla retoricamente invocata. Il dialogo di Age e Scarpelli fa invidia a quello di Woody Allen.
Brancaleone: «T’affretta! Che fai morte, tentenni? Presto! Accorrimi ché più non reggo! Io te l’impongo!»
Naturalmente, la Morte appare subito: «Son qua!»
Brancaleone: «Ah, aah sì… parole che sfuggono, nell’empito dei sentimenti… e che si sape mai furon prese a serietà.»
Morte: «D’ora innante lo saranno. Preparat’a morire!» (parla con vivace accento toscano).
Brancaleone: «Lo come? In sull’istante.»
Morte [ridendo]: «Oh che s’aspetta… io ci sono, tu ci sei… Ti fo scegliere: un coccolone? Peste improvvisa? Vermiculite? Ovvero un fulminante disciogliersi de il corpo?»
Brancaleone riesce ad ottenere una dilazione, in modo da poter morire in battaglia e dopo aver compiuto la sua missione.
«Come tu vvoi… t’hai tempo le sette lune, trascorse le quali io verrò a ti pigliare dove umque et come umque!»
Essendo il nostro cavaliere prode ma sfortunato, non riesce a salvare nessuno, a differenza di Antonius Block. Nel finale sfida la Morte, non ad una partita a scacchi bensì ad un duello all’arma bianca, spadone contro falce. Si salverà, ma non vi anticipo come: dovrete andarvi a rivedere il film. Oppure potreste recuperare il romanzo ispirato ad esso, una “novelization” all’italiana dal titolo “Brancaleone. Il romanzo” ( 2015) di Age, Scarpelli e Mario Monicelli (che ne era stato il regista).
Ma la vera “chicca” è il film di John Mc Tiernan “Last action hero” (1993). Concepito come una parodia degli action movies, di cui Mc Tiernan è stato un maestro (avete presente “Predator” e “Die hard”?) il film immagina che alcuni eroi cinematografici prendano vita, escano dallo schermo e si muovano nella vita reale, dove le cose per loro non sono così semplici: chi viene ferito soffre sul serio e chi muore, muore per davvero. In una scena, sullo schermo cinematografico di un cinema d’essai, si sta proiettando proprio “Il settimo sigillo”. La Morte scende in sala e si avvia verso l’uscita: naturalmente, ogni persona del pubblico che sfiora muore all’istante. Ha il volto di Bengt Ekerot, l’attore – regista svedese scelto da Bergman, e ci appare in toni di bianco e nero, mentre tutto il resto della scena è a colori, grazie a uno di quegli strabilianti effetti speciali di cui solo il cinema americano è capace.
L’influenza del film di Bergman si è poi estesa a tutto l’immaginario collettivo, presumo al di là delle intenzioni dello stesso regista. Per esempio Dino Battaglia ne ha fornito una versione a fumetti intitolata “Totentanz”, che è ispirata alla danza macabra affrescata sulla chiesa di Pinzolo, ma anche con ogni evidenza alla scena finale del film di Bergman. I peccatori e gli scheletri si muovono al ritmo di queste parole: «Revolve mia danza a tondo a tondo et son quela che fra tremare el mondo».
Quanto alla relazione tra gli scacchi e la letteratura è un tema enorme, che è impossibile approfondire qui. Si va da “L’alfiere nero” di Arrigo Boito a “La difesa di Luzin” di Vladimir Nabokov, da “La regina degli scacchi” di Walter Tevis ad “Alice attraverso lo specchio” di Lewis Carroll, da “Gambetto di Cavallo” di William Faulkner alla saga del “Mondo Disco” di Terry Pratchett. Tuttavia, se ci limitiamo al tema specifico della partita a scacchi conto la Morte, in realtà le opere sono molte di meno. Ne ricorderò qui solo due, quelle che mi hanno più colpito. La prima è dello scrittore americano (nonché attore scespiriano e maestro di scacchi) Fritz Reuter Leiber: “I sogni di Albert Moreland” (The dreams of Albert Moreland) originariamente pubblicato nel 1947. Il racconto in realtà era stato scritto precedentemente, appena prima dell’entrata in guerra degli USA contro la Germania, ed è stato ispirato proprio dall’avvento del nazismo e della Seconda Guerra Mondiale. Il protagonista, nella sua qualità di campione di scacchi, viene trascinato in sogno in un’altra dimensione dell’esistenza, dove è costretto a battersi su una scacchiera fantastica con pezzi che gli sono estranei, tra cui uno che non sa come utilizzare: l’arciere. Moreland intuisce che se mangerà quel pezzo succederà qualcosa di spiacevole al suo mondo d’origine. Infatti sta giocando sulla scacchiera una sorta di lotta cosmica fra Bene e Male, con il futuro del mondo come posta. Alla fine compie la mossa sbagliata, viene sconfitto e subito dopo l’America entra in guerra. Ci saranno milioni di morti e la responsabilità sarà tutta di Albert Moreland.
La seconda storia appartiene a Roger Zelazny (professore di letteratura, esperto di mitologia e cultura orientale, ma anche judoka e giocatore di scacchi). In “La variante dell’Unicorno” (Unicorn variation, 1981 – premio Hugo ) il protagonista si trova in una situazione non diversa da quella di Albert Moreland o del cavaliere Block. Martin è un ex scacchista, che ha rinunciato al gioco ed è diventato un vagabondo: viene trascinato in una dimensione parallela, in cui si trova a giocare contro un unicorno una partita a scacchi, che ha come posta la permanenza della razza umana quale specie dominante della Terra. Nella visione di Zelazny, ogni volta che una specie animale si estingue (in genere per colpa degli umani), si apre lo spazio per la ricomparsa nel mondo di una specie fantastica. L’unicorno che appare è, ovviamente, di colore nero. Intanto, intorno ai due giocatori si sono riunite tutte le creature dell’immaginario gotico e fantastico, che tifano per la sconfitta dell’umanità, onde poter ritornare i padroni del mondo. Per questo racconto, Zelazny ha riferito a Gian Filippo Pizzo di essersi servito come modello di una vera partita: Halprin-Pilsbury, Monaco 1900.
Franco Piccinini
Dedico questo articolo alla memoria di Giuseppe Arabito: appassionato di fantascienza e di immersioni subacquee, grande giocatore di scacchi, collezionista di libri, e autore del racconto “Lo strumento” in cui il protagonista gioca a scacchi contro la Morte.
Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:
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