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Zodiac e Black Dahlia

Franco Piccinini ci porta in un percorso di letture tra cinema e letteratura, focalizzato su James Ellroy, collegandosi ad una notizia di cronaca diffusa appena prima di Natale.

Data di pubblicazione:

FIORI NERI & SEGNI ZODIACALI

 

Appena prima di Natale è stata diffusa una notizia di cronaca che mi ha suggerito d’indicare, a chi segue questa rubrica, un percorso di letture tra cinema e letteratura,  focalizzato su James Ellroy, che è tornato a scrivere con successo proprio in questi ultimi mesi.

Ma procediamo con ordine.

Nel dicembre 2025 il Daily Mail ha rivelato che l’FBI sta esaminando prove che collegherebbero due famosi “cold cases” americani. Per i pochi che ancora non ne avessero sentito parlare, il termine “cold case” (caso freddo) si riferisce a delitti di vecchia data rimasti irrisolti. Se si tratta di omicidi, si sa, i casi non vengono mai realmente archiviati, ma le indagini si fermano in attesa di nuovi fatti che permettano di riaprirle.  I dossier rimangono sepolti negli archivi della polizia, a meno che nuove tecniche diagnostiche forensi o nuove testimonianze intervengano a modificare la situazione.

Ed ecco il colpo di scena. Il Daily Mail titola: “Due dei più grandi misteri irrisolti della storia criminale mondiale saranno finalmente svelati”. Due storie distanti nel tempo sembravano non collegate tra loro, ma forse non è così.

 

I due cold case

Il primo caso è noto come l’omicidio della Black Dahlia e si riferisce alla fine orribile dell’aspirante attrice Elizabeth Short, di soli 22 anni, che aveva questo soprannome. Fu ritrovata senza vita a Los Angeles in una stanza d’un quartiere residenziale il 15 gennaio 1947: segata a metà con precisione chirurgica, i seni asportati, il corpo mutilato lavato e disposto in modo scenografico. Chi o perché abbia ucciso la Dalia Nera non è mai stato chiarito, ma le mutilazioni genitali sono un comportamento tipico di molti serial killer, dai tempi di Jack lo Squartatore fino al mostro di Firenze. L’assassino di Betty Short appartiene evidentemente a questa categoria: contattò i giornalisti dell’epoca, a cui fece recapitare lettere e pacchi con effetti personali della ragazza. Vennero interrogati dalla polizia numerosi sospetti, ma non si trovarono prove sufficienti per accusare qualcuno. Forse ci furono anche altri casi simili, ma non vennero collegati a questo.

Vent’anni dopo, tra il 1968 e il 1969, la California del Nord fu attraversata dalla furia omicida di Zodiac, responsabile di almeno cinque omicidi accertati (e due tentati omicidi): tutte giovani coppie, più un tassista. Zodiac uccise le sue vittime con armi da fuoco e coltelli, cercandole nei parchi e nelle “lovers’ lane”, cioè quelle strade isolate in cui si appartano gli innamorati. La sequenza di uccisioni durò fino all’accoltellamento al lago Berryessa di una coppia di studenti, ma qui una delle due vittime riuscì a sopravvivere. Zodiac non era un assassino qualsiasi: compiva omicidi rituali, dalle implicazioni sessuali. Si era dato lui stesso questo soprannome, forse perché decideva la data delle uccisioni in base al calendario astrale. Come molti serial killer, ha alimentato una leggenda sulla propria figura, attraverso le lettere e i cifrari criptati che regolarmente spediva alla stampa. Non solo rivendicava i suoi omicidi (se ne attribuiva più di trenta, molti dei quali mai scoperti dalla Polizia) ma si vantava di averne ricavato un piacere superiore a quello del sesso e sfidava gli investigatori che erano sulle sue tracce. (Anche questo ci ricorda un po’ Jack lo Squartatore e la sua famosa lettera “From Hell”, scritta col sangue e spedita a Scotland Yard).

C’era dunque Zodiac dietro il delitto della Black Dahlia? Poteva essere stato  quell’omicidio il suo “apprendistato” come serial killer? La nuova e lunga inchiesta del Daily Mail potrebbe riscrivere la storia di questi due celebri cold case d’America. Gli indizi sono suggestivi: la competenza medica nei sezionamenti e i colpi di baionetta inferti da esperto (come un infermiere ex – militare), due identikit molto somiglianti tra loro, uno studio grafologico dei messaggi inviati a giornali e polizia, e altro ancora. Secondo il consulente investigativo Alex Baber, l’assassino dello Zodiaco potrebbe essere Marvin Margolis, già tra i sospettati dell’omicidio della Dalia Nera. Quest’uomo aveva vissuto a Los Angeles dopo la guerra, ma poi si era trasferito più a nord, in corrispondenza del periodo in cui ha agito Zodiac.

Secondo i giornali americani “se le prove supereranno il vaglio degli esperti, significherebbe che due dei più grandi misteri irrisolti della storia criminale mondiale saranno finalmente svelati”.

 

Riflessi letterari: James Ellroy e la Dalia Nera

L’omicidio di Black Dahlia è stato trasposto da James Ellroy in un romanzo dallo stesso titolo.

Ellroy è ormai considerato un re del “noir” americano, il principale erede di una stagione letteraria iniziata nel primo dopoguerra. Tra i suoi predecessori, ricordo qui alcuni di quelli che più mi hanno impressionato, con l’aggiunta di alcuni dei titoli più significativi.  Erano scrittori come James M. Cain (Il postino suona sempre due volte; Doppia indennità ovvero La fiamma del peccato), W. R. Burnett (Giungla d’asfalto; Il boia è solo), Jim Thompson (L’assassino che è in me; Getaway!), David Goodis (Tirate sul pianista, Giungla umana), Cornell Woolrich (La sposa era in nero, L’angelo nero, Finestra sul cortile), Patricia Highsmith (Sconosciuti in treno ovvero Delitto per delitto; Il talento di mr. Ripley ovvero L’amico americano) e James Hadley Chase (Niente orchidee per miss Blandish; Sul mio cadavere ). Non trattateli con sufficienza: i titoli che ho citato sono stati portati sullo schermo da registi come Alfred Hitchcock, Billy Wilder, Robert Aldrich, Francois Truffaut, John Huston, Bob Rafelson e persino Wim Wenders e Liliana Cavani. E scusate se è poco.

Il tratto comune di questi scrittori è la visione pessimistica della vita e lo studio ambientale e psicologico degli aspetti più oscuri della civiltà Americana. I cattivi sono spesso narrati in prima persona, mentre gli investigatori non sono mai dei cavalieri senza macchia e senza paura, come Sam Spade o Philip Marlowe. Tuttavia,  più che dei tipacci poco raccomandabili (come quelli dei gialli di Mikey Spillane) sono degli sconfitti dalla vita. Come e più dei suoi predecessori, Ellroy parla ai lettori americani raccontando quella parte della loro società che non vorrebbero vedere. Ci sono ovviamente altri autori contemporanei che seguono la stessa strada,  come Don Winslow o Joe L. Lansdale, ma nessuno ha ancora raggiunto la sua altezza dal punto di vista letterario. Perché Ellroy è uno che sa scrivere, eccome.

Ci sono dei motivi profondi per cui racconta questo tipo di storie e vanno ricercati anzi tutto nella sua tormentata biografia.

Nel 1958 sua madre Geneva fu strangolata e gettata in un fosso a El Monte, dove lei e il figlio s’erano trasferiti tre anni prima, dopo il divorzio dal padre Armand. Il delitto irrisolto lo ha segnato profondamente, com’è naturale. Poco dopo James ricevette da suo padre, come regalo di compleanno, il libro – inchiesta di Jack Webb “The Badge”, che parla del Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD) e ne descrive la corruzione. All’epoca la Città degli Angeli era nota in tutti gli USA per il livello di degrado e corruzione delle sue istituzioni.

Questi sono stati due punti cruciali della sua vita. L’altro evento che ha segnato la sua esistenza è proprio il famoso caso della Dalia Nera, un omicidio irrisolto, avvenuto a poca distanza da dove il giovane Ellroy abitava. Dopo la morte cruenta della madre, questo delitto provocò nella sua mente un vero e proprio “imprinting” e diventò per lo scrittore un’autentica ossessione.

La vita successiva di Ellroy è tutt’altro che tranquilla: abbandona la scuola senza prendere il diploma, poi a diciassette anni perde anche il padre, un alcolizzato che non si occupava mai di lui. Ellroy si arruola volontario, ma poi finge un esaurimento nervoso per lasciare l’esercito. Il futuro scrittore si dedica a piccoli furti, alcol e droga, facendo una vita da vagabondo e dormendo nei parchi pubblici di Los Angeles. È caratteristico dei figli di alcolizzati ripetere lo stesso tipo di abuso dei genitori. Infatti, a causa delle sue abitudini sregolate, va per due volte vicino alla morte per polmonite (una fine tipica di chi beve troppo). Viene addirittura arrestato alcune volte, finendo nella prigione della contea.

Finalmente, uscito dal tunnel dell’alcool grazie a un gruppo di sostegno, inizia a lavorare, fino a che nel 1975 finalmente riesce a uscire da quello che lui chiama “il giro di giostra” e comincia la lavorazione del suo primo romanzo. Dopo i primi successi, dà inizio alla “tetralogia di Los Angeles” (Dalia Nera, Il grande nulla, L.A. Confidential e White Jazz): capolavori del noir americano che lo rendono famoso in tutto il mondo, grazie anche alle trasposizioni cinematografiche.

    Tenete presente la sua biografia, quando leggerete “Black Dahlia” o “L. A. Confidential”, perché troverete numerose somiglianze.

Oggi Ellroy non ha ancora finito di raccontare la sua California più oscura. Infatti, nel 2024 è uscito il romanzo “Gli incantatori” (The Enchanters ), il primo episodio di una nuova trilogia sulla Città degli Angeli (il secondo capitolo è atteso nel 2026). È un poliziesco che ci catapulta nella Hollywood del 1962, con una rivisitazione del mito dell’indimenticabile Marilyn Monroe e della sua morte. A Los Angeles Marilyn Monroe muore di overdose di alcool e barbiturici, ma soprattutto di solitudine, in una notte afosa, proprio nello stesso giorno la polizia libera una starlette che era stata rapita. Tra le due storie c’è un collegamento, ma l’unico a sospettarlo è un detective corrotto, con la passione per le droghe: Freddy Otash, un alter ego dell’autore già utilizzato in altre opere. Freddy ha già spiato Marilyn per conto di Jimmy Hoffa, il discusso capo del sindacato dei camionisti perseguitato dal clan Kennedy, e sa bene che persone molto in alto, a Washington, potrebbero avere a che fare con la scomparsa dell’attrice più famosa del mondo. Ma lui insegue la propria ossessione e va ostinatamente avanti.

Basta con gli spoiler. Se volete saperne di più, dovete leggerlo. Non mancheranno le sorprese.

 

Altri riflessi letterari: l’ispettore Callaghan e i delitti dello Zodiaco

La vicenda oscura del killer dello Zodiaco ha attraversato la città di San Francisco nel corso di ben due decenni: gli anni ’60 e ’70. Se n’è occupato Robert Graysmith, uno scrittore e disegnatore statunitense, autore di due libri: “Zodiac” e “Zodiac Unmasked: the Identity of America’s Most Elusive Serial Killer”, dedicati all’assassino seriale che sconvolse la California. In seguito al successo di questi libri ne ha scritti altri dello stesso genere, tra cui uno su Unabomber. In questo caso, fortunatamente, alla fine l’FBI riuscì a fermare il criminale seriale. Scoprì che Unabomber era Theodore Kaczynski, un tizio che, sul finire degli anni ‘70 e fino ai primi anni ’90, si divertiva a inviare pacchi postali esplosivi a varie persone, provocando tre morti e ventitré feriti. “Unabomber: a Desire to Kill” fu seguito da “The Bell Tower: The Case of Jack the Ripper Finally Solved” sul noto serial killer londinese Jack lo squartatore, del quale viene svelata l’identità secondo le ipotesi più recenti.[1]

Consentitemi di  aggiungere che io stesso mi sono occupato di questi argomenti, in un paio di capitoli del mio saggio “Da Frankenstein a Star Trek – scienza medica e fantasie scientifiche” (Ed. della Vigna, 2018).

Dai produttori di Hollywood  è partita l’idea di ricavare un film, basato sui due libri di Graysmith, e la sua direzione è stata affidata a un famoso regista di pellicole poliziesche e d’azione come Don Siegel[2].

Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!” (Dirty Harry) è un film del 1971, liberamente tratto dalla vicenda del Killer dello Zodiaco e oggi considerato una pietra miliare del giallo d’azione. Don Siegel è stato un maestro del poliziesco anni ‘70, del quale ha contribuito a riscrivere i linguaggi e i temi, iniettando una massiccia dose di realismo e violenza. È il primo capitolo della serie dedicata all’ispettore della polizia di San Francisco Harry Callahan, interpretato da Clint Eastwood. Il film suscitò polemiche per un personaggio troppo violento, indisciplinato, insofferente delle regole e dei limiti della legge, capace di torturare un sospettato per farsi dire la verità e di andare in giro con una Colt 44 Magnum al posto della solita pistola d’ordinanza. Questo modo di ritrarre “Dirty” Harry Callahan si deve in parte alla sceneggiatura di John Milius. Pur bravissimo come sceneggiatore e regista, Milius è uno che non ha troppi scrupoli morali e, diciamocela tutta, è un po’ fascista. Nella sua visione, Harry Callahan non è un cattivo, sia chiaro, ma nemmeno un buono, almeno non in senso hollywoodiano. È uno che sta dalla parte giusta ma con i modi sbagliati, per quanto efficaci. Non è un caso che lo slogan del film in originale reciti così: “Questo è un film su due killer. Quello con il distintivo è Harry Callahan.”

Fortunatamente, nei quattro film successivi della serie, il personaggio è stato meglio delineato e più approfondito psicologicamente. In “Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan” (Magnum force) Dirty Harry Callahan (la “g” nel cognome è stata aggiunta nella versione italiana) si trova a dover contrastare un gruppo di giovani poliziotti che si sono trasformati in vigilanti e giustiziano sommariamente i criminali che sono riusciti a sfuggire alla legge. Per loro Callahan è un mito, un eroe da imitare, ma in realtà lui non è affatto disposto a superare certi limiti, perché ha un suo codice etico (anche se piuttosto personale) e non intende violarlo. Si sente un poliziotto, non un vigilante o un giustiziere.

Nel film di Don Siegel il killer dello Zodiaco è stato ribattezzato Scorpio, uno dei segni zodiacali, però il modus operandi è molto simile. Tra lui e Callahan s’ingaggia una lotta senza esclusione di colpi e alla fine, a differenza di ciò che è accaduto nella realtà, il colpevole sarà punito come merita.

Questo poliziotto ruvido e indisciplinato ha anche dato origine a una serie di romanzi polizieschi pieni di azione, opera di un certo Dane Hartman. Dei dodici libri in Italia sono arrivati solo i primi due, mi pare, e sono stati pubblicati solo in edicola da parte di un piccolo editore. Perciò non perdete tempo a cercarli: non si trovano neppure nel mercato dell’usato.

In compenso, la vicenda di Zodiac è stata portata nuovamente sullo schermo in una versione molto più attenta alla ricostruzione dei fatti e poco somigliante a un film d’azione. “Zodiac” è un film del 2007 diretto da David Fincher. La sceneggiatura è stata tratta dai libri di Robert Graysmith di cui parlavo prima. Curiosamente, Fincher avrebbe dovuto dirigere un adattamento del romanzo “The Black Dahlia” di James Ellroy, ma quando il soggetto è stato offerto a Brian De Palma, è passato a quest’altro progetto. Qui si affronta soprattutto la frustrazione e il senso di impotenza degli agenti FBI incaricati dell’indagine, che sacrificano la propria vita familiare e la propria salute nel vano tentativo di catturare il killer, che sembra sempre due passi avanti a loro e che alla fine svanisce nel nulla. Notevole soprattutto per lo studio psicologico dei personaggi, il film è stato presentato in concorso al 60º Festival di Cannes nel 2007.

 

Franco Piccinini

 

[1] Si tratterebbe di un noto medico di corte, imparentato con la famiglia reale, che i vertici di Scotland Yard e la massoneria britannica tennero nascosto; questa versione della vicenda ha ispirato anche un famoso romanzo di Robert Bloch: “The night of the Ripper” (1995)

[2] Nella sua filmografia, consigliatissimi, ci sono L’uomo dalla cravatta di cuoio, Fuga da Alcatraz, L’invasione degli ultracorpi e Chi ucciderà Charlie Varrick?

 


Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:

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