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I GIALLI “ETNICI” DI TONY HILLERMAN

Franco Piccinini ci porta alla scoperta dello scrittore statunitense Tony Hillerman e dei suoi gialli “etnici”.

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I GIALLI “ETNICI” DI TONY HILLERMAN

Questa volta voglio segnalare uno scrittore molto noto negli Stati Uniti ma un po’ trascurato qui da noi. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che le sue opere sono inquadrabili nel campo del romanzo poliziesco o del Mystery anglosassone. Tuttavia, è uno scrittore di notevole spessore culturale e morale, che può essere considerato un “giallista” nel senso in cui lo sono Georges Simenon, Friedrich Dürrenmatt, Leonardo Sciascia o Adolfo Bioy Casares.

Sto parlando di Tony Hillerman (Sacred Heart, Minnesota, 27 maggio 1925 – Albuquerque, New Mexico, 26 ottobre 2008) scrittore statunitense molto pubblicato anche in Italia. È morto nel 2008 per insufficienza polmonare e da allora è caduto un po’ nel dimenticatoio.

Se vi piacciono i gialli, nei suoi romanzi il divertimento è assicurato, ma non ci troverete solo quello. In quelle opere si uniscono elementi propri del giallo (il crimine, la ricerca della verità, il mistero) e un’attenzione meticolosa alla rappresentazione della cultura dei nativi americani del sud – ovest degli Stati Uniti: soprattutto i Navajo (o Navaho) e gli Hopi. Questo crea un nuovo genere, che combina il piacere dato dalla trama (who dunit? cioè il desiderio di sapere chi è il colpevole) con un’esplorazione in profondità nella cultura e nella mentalità dei native americans.

Ho spesso sostenuto che, in un giallo, gli elementi fondamentali che compongono la trama sono quasi sempre gli stessi. A fare veramente la differenza sono due cose: le caratteristiche umane e psicologiche dell’investigatore e l’ambiente in cui si svolgono le vicende. Lo ha ripetuto molto meglio di come potrei fare io la casa editrice Harper & Collins Italia: “Quando parliamo di gialli, e della tradizione dei gialli, le ambientazioni e le figure protagoniste che ci vengono in mente sono molteplici: ci sono i detective astuti e cervellotici, i poliziotti maledetti, gli intrecci tra politica e malavita, le rese dei conti tra famiglie, le storie d’amore tormentate. Ci sono le città – moltissime città – e poi c’è la provincia con i suoi sobborghi, ci sono auto rubate e appartamenti lasciati nel caos dopo essere stati abbandonati in fretta e furia, voli intercontinentali oppure treni che sfrecciano veloci. Entrando in uno dei romanzi di Tony Hillerman, invece, tutto ciò che pensavamo di sapere sui gialli sembra svanire: ci sono rituali antichi, stregoni, ci sono credenze e misteri. C’è, soprattutto, un modo diverso di vedere il mondo, e quindi di risolverne gli enigmi, di affrontarne i dubbi. I romanzi di Hillerman compaiono sul mercato negli anni Settanta: è un tempo diverso dal nostro, in cui il punto di vista dell’autore appare eccentrico rispetto al genere in cui si muove”.

L’argomento di tutte le sue opere è sostanzialmente il difficile incontro oppure lo scontro tra il mondo dei bianchi, discendenti dei colonizzatori, e i nativi, discendenti dei guerrieri che si sono inutilmente opposti a loro. Vinta la guerra, oggi l’obiettivo dei bianchi sembra essere soprattutto la cancellazione culturale, mentre la resistenza è legata al tentativo di far sopravvivere l’antica cultura.

Inizialmente il lettore può provare un senso di straniamento rispetto alla storia, ai personaggi, alle parole stesse usate da Hillerman. L’autore infatti adopera spesso i termini con cui i Navajo parlano dei bianchi, o quelli che i bianchi usano per spiegarsi la cultura dei nativi: sono vocaboli che separano, che delimitano un campo, ma che contemporaneamente cercano di definire e raccontare. Questo modo di scrivere non è oggi un ostacolo insormontabile come poteva essere un tempo: ci dovremmo ormai essere abituati, dopo l’introduzione dell’italiano infarcito di dialettismi e parole siciliane del commissario Montalbano in Camilleri, oppure dello stretto “argot” della mala parigina nei romanzi di Auguste le Breton.

In mezzo a tutto questo labirinto di parole c’è Joe Leaphorn, il protagonista dei romanzi: che è contemporaneamente un tenente della polizia e un navajo cresciuto nella riserva, salvo poi laurearsi in antropologia all’Arizona State University. C’è un’opera saggistica molto importante che sta dietro personaggi come il suo: “Ishi. Un uomo tra due mondi” (Ishi in Two Worlds, Jaca Book, 1984). A raccontare la vera storia dell’ultimo indiano Yahi, sopravvissuto in California nascosto tra i bianchi, è stata l’importante antropologa Theodora Kroeber (che, per inciso, è la madre della scrittrice Ursula K. Le Guin). Anche Leaphorn (il cui nome significa letteralmente capra di montagna) si muove a cavallo tra due mondi, nei quali non solo vigono consuetudini diverse, ma il concetto stesso di verità è differente.

Questo scontro tra i due mondi diventa ancora più evidente quando nelle vicende entra il personaggio di Jim Chee. È un giovane e appassionato sergente della Polizia Tribale Navajo, che studia medicina ma contemporaneamente aspira a diventare sciamano e crede in tutti quei riti da cui Joe Leaphorn tenta di emanciparsi, grazie anche ai suoi studi di antropologia. Da soli o uniti, i due indagano su situazioni tipiche del poliziesco americano come cartelli della droga, contrabbando, migrazione clandestina, ma anche su situazioni specifiche della riserva come violatori di tombe che rubano reperti archeologici, o misteriosi delitti durante riti sciamanici. La descrizione dell’ambiente sociale e culturale influenza lo svolgimento della trama, evidenziando le caratteristiche di una convivenza difficile. Lo scopo di Hillerman è di portare alla luce la questione coloniale, fondativa della cultura americana ma con cui la stessa non sembra aver mai fatto davvero i conti. L’Arizona, il New Mexico, lo Utah nei libri di Hillerman vengono descritti illuminando le loro zone solitamente in ombra.

L’ha spiegato molto bene il grande critico americano Leslie Fiedler: parlare di frontiera vuol dire evidenziare il confine di una geografia non solo fisica, ma anche mentale. Nel suo fondamentale saggio “Il ritorno del pellerossa: mito e letteratura in America” (The return of the vanishing american, Guanda – la Biblioteca della Fenice, 2011). Fiedler indaga a fondo “quella peculiare forma di follia che consiste nel sognare e raggiungere il West” e affronta gli archetipi della frontiera, della corsa all’Ovest, della contrapposizione violenta fra “pellerossa” e “visopallido”, ma anche dell’incontro con l’altro, inteso come conoscenza e iniziazione. Parole e immagini non possono reprimere la tragedia del genocidio, la distruzione di quei “selvaggi” che non intendevano piegarsi all’ordine imposto dall’uomo bianco[1] e così “riemergono come incubi dall’inconscio collettivo di un popolo”.

Hillerman è perfettamente inserito in questo percorso letterario: da questo punto di vista la sua lettura è un’esperienza difficilmente dimenticabile. Ovviamente, la Nazione Navajo lo ha adottato e più volte ringraziato pubblicamente. Come autore di gialli è stato più volte premiato dai suoi colleghi scrittori.

Nel 1972 con “A Fly on the Wall”, è stato finalista al premio Edgar, vinto poi nel 1974 col romanzo “Là dove danzano i morti” (Dance Hall of the Dead); nel 1989 ha vinto il Premio Macavity con il romanzo “Ladri di tempo” (A Thief of Time) – una delle sue opere migliori in assoluto; nel 1991 ha vinto il Premio Nero Wolfe con il romanzo “La fame del coyote” (Coyote Waits). Sempre nel 1991 gli è stato attribuito, per il complesso della sua carriera, il Grand Master Award.

Hillerman è stato più volte omaggiato dal cinema, che ha tradotto in immagini alcuni dei suoi romanzi. Cosa molto importante, gli attori scelti sono tutti nativi americani, il che un tempo sarebbe stato impossibile.

The Dark Wind” è un film drammatico e poliziesco americano del 1991, basato sull’omonimo romanzo di Tony Hillerman, dove s’intrecciano la stregoneria Hopi e l’avidità dei bianchi. Il protagonista, nel ruolo di Joe Leaphorn, è Lou Diamond Phillips (noto per film come Young Guns, La Bamba, Longmire e altri). Il film è poi diventato una miniserie su Netflix, sceneggiata da due pesi massimi come George R. R. Martin e Robert Redford. Interessante anche la miniserie TV composta da “Il ladro del passato” (A Thief of time, 2004) e “Skinwalkers: The Navajo Mysteries”. In questo caso il ruolo di Jim Chee è affidato ad Adam Beach (protagonista del film di Clint Eastwood Flags of our fathers) mentre Joe Leaphorn è interpretato da Wes Studi (noto come protagonista di Geronimo e come interprete di Magua nell’Ultimo dei Mohicani). Il loro superiore nella polizia Navajo è Graham Green, recentemente scomparso (molto amato dal pubblico nei film Balla coi lupi e Cuore di tuono).

Non mi sento di dare particolari suggerimenti su quello che va letto di questo autore: a me sono piaciuti tutti. Nella sua bibliografia italiana ci sono almeno due dozzine di romanzi (non poi tantissimi, in più di quarant’anni di carriera). Sono tutti validi, ma per la maggior parte sono usciti nei Gialli Mondadori, oppure in libreria per una sezione di Mondadori chiamata “Interno Giallo”, per cui sono reperibili solo nel mercato dell’usato oppure nelle biblioteche pubbliche. Fortunatamente oggi Harper & Collins, Piemme e altri ne stanno riproponendo una selezione: li troverete facilmente su Amazon, IBS, o altre organizzazioni di vendita per corrispondenza. Non ve li perdete!

 

APPENDICE

Ispirato proprio alle storie di Tony Hillerman c’è anche un romanzo di fantascienza: “Occhio di gatto” (Eye of Cat, 1982) dello scrittore americano Roger Zelazny. Lo segnalo qui, come curiosità letteraria, per via del suo contenuto. La maggior parte dei romanzi di Zelazny trae spunto, in un modo o nell’altro, dalla mitologia e dalla religione di vari popoli della Terra, dagli dei egizi a quelli della Grecia arcaica, dal pantheon indù a quello del vudù e delle religioni animistiche africane. In questo caso, l’ispirazione viene dalla religione e dalla spiritualità dei nativi americani e l’autore considerava questo tra i cinque romanzi preferiti della sua opera. Il libro contiene diversi lunghi brani di poesia cosmogonica, che descrivono esseri del pantheon Navajo.

In “Occhio di gatto” la pagina dei ringraziamenti recita: “A Joe Leaphorn, Jimmy Chee e Tony Hillerman”. Hillerman ha ricambiato il complimento facendo leggere a uno dei suoi personaggi un romanzo di Zelazny, mentre sta in appostamento.

La trama descrive la vicenda di William Cavallo Nero Cantante (Blackhorse Singer) un poliziotto di una Terra del futuro, che è un cacciatore di alieni in pensione ma anche l’ultimo dei Navajos. Viene chiamato ad aiutare per proteggere un diplomatico alieno da un membro potente e ostile della sua stessa specie. Riesce a portare a termine la missione grazie all’aiuto di un alieno mutaforma conosciuto come “Cat” (Gatto). Ma questi ha posto una condizione: quando la missione sarà finita, Gatto vuole un incontro di ritorno con l’uomo che lo catturò, una caccia con Singer come preda invece che come cacciatore… La creatura mutaforma ha accettato di aiutare solo a condizione di avere l’opportunità di cercare di intrappolare Singer, una volta completata la missione.

Gatto è un Metamorfo, ultimo della sua specie, proveniente da un pianeta distrutto molto tempo fa, quando la sua stella esplose in nova. In un certo senso, la situazione dell’alieno è parallela a quella di Billy Singer, che è stato separato dal suo popolo e dalle sue tradizioni (qui c’è un forte elemento di continuità con l’opera di Hillerman).

Mentre fugge inseguito da Gatto, Billy diventa sempre più primitivo, allontanandosi dalla tecnologia moderna, e alla fine ritorna alle sue radici Navajo. Arriva infine al Canyon de Chelly, un’area naturale protetta degli Stati Uniti che si trova in Arizona, all’interno della Riserva Indiana Navajo. Qui il protagonista diventa uno “skinwalker” (termine navajo che indica uno stregone) e regredisce a uno stato in cui può camminare nel mondo degli spiriti. Avere delle visioni, che fanno entrare il soggetto nel mondo degli spiriti, è un elemento tipica della cultura indiana delle grandi pianure ed  è stata usata varie volte nella letteratura americana: dallo stesso Hillerman, da Stephen King in “L’acchiappasogni” (The Dream catcher, 2001), da Ursula K. Le Guin in vari romanzi come “Il mondo della foresta” (The word for world is forest, 1967) e “La falce dei cieli” (Lathe of heaven, 1971) oltre che, al cinema, da Michael Apted e John Fusco in “Cuore di Tuono”.

Nel frattempo, alcuni telepati cercano di unire i loro poteri per aiutare Billy e per attaccare Gatto, ma l’alieno riesce a uccidere uno di loro distruggendone la mente. Eppure, anche così, lo spirito del morto sembra persistere come parte della coscienza collettiva del gruppo. Alla fine Billy riesce a uccidere Gatto, ma deve poi affrontare il suo chindi, termine navajo che indica il suo desiderio di morte, in una battaglia che lo mette contro la propria ombra.

Eye of Cat è stato nominato per il Locus Award del 1983 e forse meritava qualche riconoscimento in più.

 

Franco Piccinini

 

[1] Molto più modestamente, anche io ho tentato di fare qualcosa del genere, quando ho concepito l’antologia “Orizzonti lontani – storie di Fanta – West”, che mescola l’immaginario fantascientifico con le vicende dei nativi, la storia della frontiera, i miti e le leggende tribali.

 

 


Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:

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