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FERMI, JUNG E LE ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA

Franco Piccinini ci guida tra riflessioni, attualità e consigli di lettura partendo dagli ufo.

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FERMI, JUNG E LE ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA

Ogni volta che racconto di essere, oltre che un medico, uno scrittore di fantascienza, arriva subito qualcuno a commentare: «Ah! Allora credi nei Dischi Volanti!». La mia risposta in questi casi è sempre no. Tassativamente NO.

Chiariamolo subito: non solo non ci credo io, ma come me non ci crede praticamente nessuno di quelli che si occupano di fantascienza. La mente dello scrittore di science fiction è raziocinante, anche se ricorre spesso al “pensiero laterale”. Usa i temi ufologici perché sono utili per esperimenti mentali e consentono speculazioni affascinanti, ma sa che si tratta di finzione narrativa. Ricordo un episodio di tanti anni fa, quando lo scrittore pugliese Vittorio Catani, dopo essere stato apostrofato da alcuni “ufologi” durante un convegno letterario, si sfogò scrivendo un pamphlet dal titolo “Vengo solo se parlate di Ufi” (Ed. Delos, 2004).

Probabilmente in molti hanno sentito parlare del progetto governativo USA chiamato “Blue Book”, oppure ha visto i telefilm delle due serie TV che ne sono state ricavate. Alla guida del progetto, che indagava sugli avvistamenti UFO dal primo dopoguerra agli anni ’70, fu messo il professor Allen Hynek. Più che un ufologo, è stato un astronomo e docente universitario di astronomia. Fu protagonista del Progetto Blue Book come consigliere scientifico dal 1952 al 1969. Ha continuato a studiare per proprio conto il fenomeno anche in seguito, convinto che ci dovesse essere qualcosa di vero. Eppure anche lui, alla fine di una vita di ricerche, ha concluso che gli alieni sulla Terra non esistono. Quasi per una legge del contrappasso, nella serie di telefilm più recente proprio Hynek (ormai morto) è stato reso protagonista e trasformato in un sostenitore delle teorie di complotto, in lotta contro gli insabbiamenti del governo. Cioè il contrario della verità.

È diverso quando mi chiedete se credo nella possibilità che esista vita intelligente su altri mondi, magari molto ma molto lontani da qui. In questo caso sono convinto di sì, anche se non ho le prove.

Pensateci: l’universo è immenso. Secondo i calcoli più recenti, l’universo osservabile ha un’età di 13,8 miliardi di anni, e ha un diametro totale di circa 93 miliardi di anni luce. Dentro ci sono miliardi di galassie, ciascuna con miliardi di stelle, la maggior parte delle quali ha intorno uno o più pianeti. Non sarebbe un enorme spreco, se tutto questo fosse stato creato solamente per permettere che si sviluppasse la vita su una piccola palla di fango, all’estrema periferia di una di queste galassie?

Perciò, che il cosmo sia nato casualmente o per volere di un demiurgo, deve essere pieno di vita, anche se non la vediamo. Di fronte a questa obiezione, alcuni religiosi si preoccupano, quasi temessero che ciò possa mettere in dubbio la centralità dell’uomo nei progetti della divinità.

In effetti, era questa la tesi di Giordano Bruno, che scriveva “De L’infinito, Universo E Mondi”. E a lui non è andata molto bene. Ma oggi, fortunatamente, la Chiesa Cattolica è molto più possibilista sul tema: è più tollerante di un tempo ed è guidata dal pensiero di un grande gesuita come Pierre Theilard de Chardin, che ha saputo fondere la ricerca scientifica, in particolare la paleontologia e l’evoluzionismo, con la teologia e il misticismo. Il suo obiettivo principale è stato riconciliare la fede cristiana con la teoria dell’evoluzione, superando la separazione tra natura e spirito. Grazie a pensatori come lui, oggi la Chiesa ammette con tranquillità che potrebbero esserci da qualche altra parte dell’universo creature senzienti come noi. Se mai ci sarebbe da capire se anche queste sono dotate di un’anima immortale.[1]

Il problema degli alieni in visita alla Terra è tornato di attualità per la coincidenza di due eventi.

Il primo è che gli Stati Uniti hanno declassificato una serie di documenti storici, ben noti come X-Files, sugli UFO (che ora sono stati rinominati UAP). Su indicazione dell’amministrazione Trump, il Pentagono ha pubblicato 162 file che includono foto, rapporti e scambi di informazioni tra la NASA e il Dipartimento di Stato, datati a partire dagli anni ‘40. Questi file recentemente declassificati includono materiali affascinanti, ma finora non portano prove certe sull’esistenza di vita extraterrestre che si muova nei nostri cieli. In pratica, come nel passato, si tratta di avvistamenti di strane luci nel cielo notturno, oppure di piccoli oggetti lontani e sfuocati. Come mai allora era così importante tenerli segreti fino ad ora?

Forse perché erano legati a qualche esperimento militare. A quanto pare, la famosa Area 51 (una zona proibita alle visite nel pieno deserto del Nevada) non era la pista di atterraggio per i dischi volanti, bensì una base segreta dell’aviazione americana, dove si sperimentavano nuovi veicoli militari, che dovevano restare assolutamente segreti. Lo sapevano meglio i Russi, che controllavano la zona dai loro satelliti in orbita, del popolo americano, che veniva ingannato con la faccenda degli avvistamenti UFO. In effetti, se ci pensate, visti da lontano e in controluce, l’aereo spia U-2, il caccia bombardiere “Stealth” invisibile ai radar, i droni per uso bellico, possono benissimo essere scambiati per dischi volanti o roba simile.

Oggi che questi apparecchi sono di uso comune, non ha più senso negarne l’esistenza e mettere in atto complesse operazioni di depistaggio, come nel passato. Ma perché allora Trump avrebbe autorizzato la pubblicazione in questo preciso momento? La mia spiegazione è che si tratta di “armi di distrazione di massa”, messe in atto da un presidente in crisi di consensi. Forse spera che così i sostenitori di teorie del complotto (e tra i suoi fiancheggiatori ce ne sono tanti) si occupino di altre cose che non lo riguardano.

Questa manovra ha fornito (credo involontariamente) un notevole supporto all’altro evento: l’uscita dell’ultimo film di Steven Spielberg: “Disclosure Day”. A tale proposito, forse si potrebbe parlare di “sincronicità di eventi”, una vecchia idea di Carl Gustav Jung. La sincronicità, secondo Jung, è “una coincidenza significativa”, ovvero l’apparente esistenza di un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea e che appaiono connessi tra loro, sebbene l’uno non influisca materialmente sull’altro. I due eventi appartengono piuttosto a un medesimo contesto, come due orologi che siano stati sincronizzati su una stessa ora. I tedeschi (sempre loro) amano parlare di “Zeitgeist”, vale a dire in italiano spirito del tempo”. Ci troviamo insomma in un clima culturale, intellettuale e morale dominante, che influenza il modo di pensare, le arti e i comportamenti delle persone. Nel suo celebre saggio del 1958, “Un mito moderno – Le cose che si vedono in cielo” proprio Jung ha analizzato gli UFO e ha concluso che sono un fenomeno allucinatorio di massa, nato dal bisogno di dare un senso a un’epoca di smarrimento collettivo[2].

A parte tutte queste considerazioni filosofiche, diciamo che la trovata di “The Donald” ha fornito uno splendido “assist” al film di Spielberg.

Cinquant’anni dopo “Incontri ravvicinati del terzo tipo” ed “E. T.”, il regista è tornato a guardare le stelle con speranza e meraviglia.[3] A un primo livello di lettura, “Disclosure Day” appare come un action thriller sulle cospirazioni, una via di mezzo tra “X-Files” e “Men in Black”. Osservandolo meglio, il film subisce l’influenza, come il suo autore, di questi tempi oscuri, dominati dalla diffidenza verso istituzioni e governo, in un mondo ormai sull’orlo di una guerra globale. Il significato profondo dell’opera non riguarda solo gli alieni, ma funge da metafora per il coraggio di dire la verità e soprattutto l’importanza dell’empatia e della comunicazione. Sono proprio gli alieni a sostenere che l’empatia sia il più importante vantaggio evolutivo mai sviluppato da una civiltà. Questa è la vera anima del film: una parabola sull’odio, la paura e l’intolleranza. È vero che Spielberg è abitualmente un ottimista, autori di film commoventi e “buonisti” come “Incontri”, “ET” o “Il colore viola”, ma non scordiamoci che è anche l’autore di film cupi e pessimisti come “Sugarland Express”, “Duel”, “Munich”, “Schindler’s List”. Per non parlare de “La Guerra dei Mondi”.

Secondo il sottoscritto, da sempre ammiratore di Spielberg, “Disclosure Day non è il filmone tanto decantato da certa stampa e dalla pubblicità, ma non è nemmeno la schifezza di cui alcuni si lamentano sui social. È sempre meglio un mezzo Spielberg, un po’ appannato, di tanti altri registi ai loro massimi livelli.

In ogni caso, lui si è detto certo: “Se credi a chi ha davvero avuto incontri ravvicinati nel corso della loro vita, capisci che ci sono stati otto decenni di interazione tra specie extraterrestri e la razza umana. Trovo davvero molto credibili le persone che si sono fatte avanti per rivelare che esiste un’interazione continuativa tra le specie, e che non ne siamo a conoscenza a causa di un insabbiamento sistematico”.

O ne è davvero convinto, oppure sta promuovendo benissimo la sua ultima fatica cinematografica. Purtroppo si scontra con il celebre “Paradosso di Fermi”, basato sulla contraddizione tra l’altissima probabilità statistica che esistano altre civiltà nell’universo e la totale mancanza di prove o contatti verificati.

Okay, questo è il momento per dare i miei consigli di lettura per chi volesse capirne di più. Le opere di narrativa sono tantissime e ognuno può scegliere quelle che vuole, ma forse è meglio prima informarsi meglio sull’argomento, tramite qualche libro divulgativo ben fatto. Forse non sono letture amene, da portarsi sotto l’ombrellone, ma vi assicuro che sono tutt’altro che “pesanti”.

 

CHE COSA LEGGERE PER CAPIRNE DI PIÙ

“Se l’universo brulica di alieni… dove sono tutti quanti?”

(If The Universe Is Teeming With Aliens, Where Is Everybody?)– Sironi Editore 2004, Mondadori 2018

L’autore Stephen Webb è un fisico che lavora nel campo della didattica alla Open University, in Inghilterra. È autore di saggi sulla cosmologia. Il suo ragionamento è semplice: se ci sono 400 milioni di stelle nella nostra sola galassia, e forse 400 milioni di galassie nell’Universo, è ragionevole che là fuori, in un cosmo che ha circa 14 miliardi di anni, esista o sia esistita una civiltà avanzata almeno quanto la nostra. Ma se le dimensioni e l’età dell’Universo rendono probabile l’esistenza di altre civiltà, perché non ne abbiamo testimonianze? Questo libro presenta cinquanta soluzioni (avanzate da scienziati di primo piano, filosofi, storici e autori di fantascienza scientifica) a questo problema, noto come paradosso di Fermi. L’origine viene da un episodio piuttosto noto: negli anni ’50, dopo Hiroshima, Fermi era diventato una star, al pari degli altri scienziati del Progetto Manhattan. Durante la prima epidemia di avvistamenti UFO, a Fermi fu chiesto se credeva nell’esistenza degli alieni. La sua risposta fu lapidaria, com’era nel suo carattere. Disse al giornalista nel suo inglese non troppo fluente: “where are they all?” Cioè: se sono così frequenti, dove sono tutti quanti? Le possibili spiegazioni sono fondamentalmente di tre o quattro tipi:

  1. Non esistono proprio
  2. Esistono, ma sono troppo lontani da noi perché li possiamo incontrare
  3. Sono fra noi ma si nascondono
  4. Non gli interessiamo per nulla

Webb ha raccolto 50 delle ipotesi più affascinanti e dettagliate, salvo aumentarle dopo qualche anno a 75 nella successiva ristampa del libro. Se volete saperne di più, vi tocca andarlo a cercare in qualche biblioteca, oppure ordinarlo dal vostro libraio e leggerlo. Io l’ho trovato intelligente e affascinante.

 

Civiltà extraterrestri”

(Extraterrestrial civilizations)

È un saggio di Isaac Asimov, più volte riproposto anche al pubblico italiano da Mondadori (1979/1986/2020). Serve al lettore per capire i termini della questione in modo chiaro e semplice, com’è caratteristico dello stile del suo autore.

Asimov si chiede: l’uomo è davvero solo nell’universo? Oppure esistono altre intelligenze, altre civiltà, altre forme di vita con cui comunicare? E, se ci sono, come mai non ne abbiamo trovata traccia? (di nuovo il paradosso di Fermi all’opera, come vedete). E poi: la vita può trasferirsi da un pianeta all’altro? O è un fatto accaduto solo sulla Terra? A queste domande Asimov offre le risposte della scienza, esaurienti e attendibili. Per farlo in maniera corretta, parte dalla equazione di Drake (nota anche come equazione o formula di Green Bank): è una formula matematica utilizzata nell’esobiologia per stimare il numero di civiltà extraterrestri tecnologicamente avanzate presenti nella nostra galassia, con cui potremmo potenzialmente entrare in contatto. Si tratta di una formula probabilistica ideata dall’astrofisico Frank Drake nel 1961.

Ricordandosi di essere un biochimico (ha insegnato la materia ad Harvard per un paio d’anni), Isaac Asimov ci spiega quali sono i processi che originano la vita e l’intelligenza. Una volta che abbiamo acquisito queste nozioni, potremo osservare il fenomeno degli extraterrestri in modo più lucido e razionale. Lo scrittore diceva spesso: «Se la conoscenza può creare dei problemi, non è con l’ignoranza che possiamo risolverli.»

 

“Riccioli d’oro e gli orsetti d’acqua. Alla ricerca della vita nell’universo”

(Goldilocks and the waterbears) Il Saggiatore, 2019

Scritto dalla esobiologa Louisa Preston appare come un ammodernamento del testo di Asimov, alla luce delle più recenti acquisizioni della scienza. La prefazione del saggio recita così: “Un cibo non troppo caldo e non troppo freddo, un letto non troppo morbido e non troppo duro: ecco cosa vuole la giovane protagonista della fiaba “Riccioli d’oro e i tre orsi”, qualcosa di «proprio giusto».” Per questo si chiama “Fascia Riccioli d’oro” la zona abitabile di un sistema stellare, cioè lo spazio in cui si trovano i pianeti che possiedono le caratteristiche necessarie allo sviluppo della vita: presenza di acqua, temperature non eccessivamente calde o fredde, una distanza “proprio giusta” dal loro sole. Louisa Preston accompagna il lettore in un affascinante viaggio alla ricerca di altre forme di vita nell’universo e lo fa partendo dalla Terra, dai luoghi più inospitali del nostro pianeta, dove le condizioni ambientali si avvicinano a quelle degli altri mondi e dove solo i microorganismi più tenaci riescono a adattarsi e prosperare. Campioni indiscussi degli ambienti estremi sono i tardigradi (chiamati anche orsetti d’acqua, da cui il gioco di parole del titolo). Sono simili a microscopici panda a otto zampe, vivono praticamente ovunque, dalla cima delle montagne agli abissi oceanici, e sono sopravvissuti indenni alle cinque estinzioni di massa della storia della Terra. In caso di catastrofi possono entrare in uno stato che li rende praticamente indistruttibili, a prova di temperature estreme, radiazioni, assenza di ossigeno e mancanza di cibo – non per niente sono gli unici organismi che abbiamo inviato con successo nello spazio senza protezioni. Una volta scongelati hanno ripreso tranquillamente a vivere. Louisa Preston, studiando i tardigradi e utilizzando i dati delle più recenti missioni spaziali, traccia una mappa dei luoghi più promettenti in cui cercare la vita al di fuori della Terra, dai pianeti del Sistema solare a quelli più distanti dell’universo.

Forse un giorni potremo davvero, come recitava la voce fuori campo di Star Trek, andare “alla ricerca di altre forme di vita e di nuove civiltà”. Ma per ora, spiacente, niente alieni sulla Terra. Niente ometti grigi dai grandi occhi e con enormi teste pelate, niente rettili di aspetto umanoide nascosti nel sottosuolo, niente mostri dall’aspetto di insetti, niente esseri angelicati simili agli elfi di Tolkien[4]. Il percorso per incontrarli è ancora molto, molto lungo.

 Franco Piccinini

 

[1] È l’argomento discusso da James Blish nel suo potente romanzo “Guerra al Grande Nulla” (A case of Conscience, 1958) e da Arthur Clarke nel racconto “La stella” (The Star, 1955) – in entrambi i casi tra i protagonisti c’è proprio un gesuita

[2] Ian Watson, scrittore scozzese recentemente scomparso, ha utilizzato il pensiero di Jung nel suo romanzo “L’enigma dei visitatori”, noto anche come “La doppia faccia degli UFO” (Miracle Visitors, 1978). La trama segue in parallelo le vicende di un ragazzo che forse ha avuto un Incontro Ravvicinato del Quarto Tipo (cioè è stato rapito dagli alieni) e dello psichiatra che lo segue, il quale interpreta il racconto del ragazzo prima alla luce delle idee di Freud poi di quelle di Jung.

[3] In realtà il tema degli alieni che camminano in mezzo a noi è vecchio come la fantascienza; per limitarci al cinema, basta pensare a piccoli capolavori come “Ultimatum alla Terra” di Robert Wise, “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, “Starman” di John Carpenter, “L’uomo che cadde sulla Terra” di Nicholas Roeg e il recente “Arrival” di Villeneuve – Grandi registi per grandi storie.

[4]  Per chi volesse saperne di più, i principali abitanti dei Dischi Volanti qui citati sarebbero i Grigi (i più celebri, bassi e con grandi occhi), i Nordici (simili agli umani ma più alti e sottili), i Rettiliani (umanoidi coperti di squame) e gli Insettoidi (simili a mantidi – questi i vecchi appassionati di SF li chiamavano affettuosamente BEM – Bug Eyed Monsters, cioè mostri dagli occhi d’insetto, e ci ridevano sopra)

 


Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:

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