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Un doppio centenario – Amazing stories e Lino Aldani

Franco Piccinini ricorda Lino Aldani a 100 anni dalla sua nascita.

Data di pubblicazione:

Quest’anno ricorre un doppio centenario.

Nella primavera del 1926 un immigrato austriaco di nome Hugo Gernsback pubblica negli USA la prima rivista popolare di fantascienza, dando il via a un fenomeno letterario e artistico che dura ancora oggi.

Lo scrittore Lino Aldani nasce a San Cipriano Po il 29 marzo 1926, con pochi giorni di anticipo sulla nascita della prima rivista di fantascienza, Amazing stories.

    Aldani è conosciuto come uno dei maggiori esponenti della letteratura fantastica italiana, dal dopoguerra in poi: i suoi racconti sono stati tradotti in più di una dozzina di lingue, tra cui l’inglese.

Si trasferisce a Roma fin dalla primissima infanzia (il padre era chef d’albergo) e inizia presto una lunga serie di professioni: curiosamente, è un tratto caratteristico di molti scrittori americani quello di tentare mille mestieri prima di mettersi a scrivere. Diventa operaio (a novanta lire al giorno, ricorda lui), impiegato di banca, esercente barista, maestro elementare, insegnante di filosofia in un liceo serale e di matematica in una scuola media. Si laurea in matematica ed è durante gli studi che matura l’interesse per la letteratura, il gioco degli scacchi e la scienza, coniugati alla passione filoso­fica per l’esistenzialismo (che dalla Francia cominciava in quegli anni ad arrivare in Italia). Queste sue passioni lo spingono a scrivere i primi racconti. L’esordio narrativo avviene nel 1960 con il breve racconto Dove sono i vostri Kumar? sulle pagine di Oltre il cielo, rivista di astronautica che dedica un certo spazio alla narrativa, dove si firma con lo pseudonimo di N. L. Janda. La rivista aveva lo stesso formato dei supplementi domenicali dei quotidiani, come la Domenica del Corriere, è durata più di 140 numeri ed è stata uno strumento insostituibile per avvicinare i lettori italiani al mondo dell’astronomia e dell’astronautica. Oltre ad Aldani, ha tenuto a battesimo molti autori importanti di casa nostra, da Renato Pestriniero a Gianfranco De Turris, da Peter Kolosimo a Ugo Malaguti.

Ma i suoi fondatori, Cesare Falessi e Armando Silvestri, puntano ad ottenere dagli scrittori storie avventurose o divertenti, sul modello delle riviste americane: soprattutto di esplorazione spaziale, dato il contenuto generale di Oltre il Cielo. In più hanno nostalgie di estrema destra, in forte contrasto con le convinzioni di Aldani, più vicine alla visione anti – capitalista di Adorno.

Nel 1962 lo scrittore pubblica per la casa editrice La tribuna di Piacenza il saggio La Fantascienza. È l’inizio, validissimo seppur pionieristico, di un dibattito che ha proseguito nel tempo fino ai nostri giorni. Dovendo rendere accessibile la science fiction a un pubblico digiuno di conoscenze sull’argomento, il volumetto di Aldani si caratterizza per l’approccio storico e la valutazione soprattutto della social science fiction, vale a dire quel filone della fantascienza impegnato nell’analisi e nella critica dei problemi sociali, oltre che nell’impegno politico. Il saggio dedica anche una certa attenzione alla circoscritta produzione nazionale, e contiene il tentativo di produrre una prima bibliografia italiana del genere.

La  necessità di scrivere storie che vadano an­che oltre l’effetto spettacolare della fanta­scienza classica, lo induce a creare assieme a Massimo Lo Jacono Futuro, prima espressione di una fantascienza italiana dalle evidenti ambizioni letterarie e culturali, che riesce a reggere per otto numeri, in tempi piuttosto ostili agli autori nazionali (ricordo che Fruttero e Lucentini su Urania non volevano saperne di pubblicare gli italiani, nemmeno sotto pseudonimo). Futuro  include interviste con importanti rappresentanti della letteratura italiana mainstream, che accettano di confrontarsi sul tema “fantascienza” (cosa rara allora come oggi): Giovanni Comisso, Elio Vittorini, Libero Bigiaretti, Ennio Flajano, Mario Soldati, Juan Rodolfo Wilcock, Jorge L. Borges. E scusate se è poco.

Purtroppo, nel 1964 la rivista è costretta a chiu­dere i battenti e da quel momento Aldani comincia a ral­lentare la propria produzione.

Nell’autunno del 1968 (sposato e padre di una figlia, Elettra) lascia Roma e ritorna a S. Cipriano Po, dove incomincia a occuparsi di agricoltura. Ma non smette di creare: tornato al proprio paese natale scrive Quando le radici, che pubblica nel 1977. Il romanzo va al di là della social science fiction americana e raccoglie temati­che già intraviste nei suoi racconti brevi, tra la filosofia e le tradizioni popolari: ambientato in un futuro così prossimo da essere indistinguibile dall’oggi, racconta la disumanizzazione della burocrazia, l’uso politico della statistica, il conformismo della borghesia, l’urbanizzazione forzata, la distruzione dell’ambiente, l’abbandono delle campagne con la conseguente perdita delle proprie radici culturali.

Questi temi sono ripresi anche in alcuni  racconti dello stesso periodo come Visita al padre,  Screziato di rosso e Domenica romana. Io credo che vogliano essere una interpretazione fantascientifica di una famosa metafora di Pierpaolo Pasolini, data alle stampe poco tempo prima.

Il 1° febbraio 1975, infatti, il Corriere della Sera pubblica un famoso intervento di Pasolini sulla scomparsa delle lucciole dalla campagna, intitolato “Il vuoto del potere in Italia”. Per lui la morte delle lucciole è il simbolo della scomparsa  del mondo contadino, della purezza morale e della cultura popolare autentica. Alla base vi è il fatto reale che, per via del forte inquinamento dell’acqua e dell’aria, all’inizio degli anni Sessanta le lucciole sono improvvisamente scomparse dalle campagne italiane. Oggi in effetti sono un po’ tornate, ma in compenso ora stanno sparendo le api, visto che dalla storia non impariamo mai niente.

Secondo Pasolini, la modernità e il consumismo sfrenato hanno cancellato le diversità e omologato la società italiana, distruggendo i vecchi valori. Anzi, il nuovo potere della società dei consumi ha completato un vero e proprio “genocidio” antropologico.

La scelta di Aldani di un’ambientazione padana, sulle rive del grande fiume e sulle colline della sua riva destra, hanno spinto Franco Giambalvo (anche lui scrittore e traduttore, collaboratore degli stessi editori) ad accusare Aldani per questi racconti di “pavesismo”. Si è molto equivocato su questa definizione: Giambalvo non si riferiva alla pavesità dell’autore (che è indiscutibile) ma all’assenza di contenuti fantascientifici in senso stretto, sostituiti dalla voluta imitazione, nello stile e negli ambienti, di Cesare Pavese. Come se questo fosse un demerito.

L’anno successivo esce per De Vecchi Eclissi 2000. Può sembrare un ritorno alle storie più avventurose e classiche, visto che descrive la vita quotidiana a bordo di una astronave – arca, lanciata nel vuoto interstellare, verso un mondo lontano che forse non raggiungerà mai (come in Non – stop di Aldiss o Universo di Heinlein). In realtà Aldani non ha abbandonato le sue convinzioni: la vicenda è tutta una metafora del percorso storico / politico del Partito Comunista Italiano, in cui lui stesso ha militato. È salpato da lontano, ha perso la direzione e non sa dove sta andando, mentre la sua gente è isolata e circondata da un universo ostile. Il PCI/PDS/DS è una “nave sanza nocchiero in gran tempesta”, per dirla come Dante.

Intanto continua con l’insegnamento e s’impegna in una nuova attività: fare il sindaco del suo paese. In un momento di lucida ironia, confessa a Gianni Montanari: “fare il sindaco, comportava un unico privilegio invernale: quello di fare sgombrare per prima la via di accesso a casa mia”. In realtà ha fatto ben altro per il suo paese d’origine. A me piace ricordare che nella zona tra Stradella, San Cipriano e Spessa Po ci sono almeno una decina tra targhe e cippi che ricordano i partigiani caduti (l’ultimo il 26 aprile 1945, a guerra già finita): è un percorso della memoria che si deve in buona parte proprio all’iniziativa di Lino Aldani.

Negli anni Ottanta si allontana sempre meno volentieri da casa e sono gli altri scrittori che lo vanno spesso a trovare, accolti sempre da qualche fetta di salame e dal vino rosso delle nostre colline. Intanto continua a comporre racconti e pubblica un nuovo romanzo per l’Editrice Nord, (allora il più importante editore italiano di fantascienza) Nel segno della luna bianca, in collaborazione con Daniela Piegai. È un’avventura planetaria che si svolge in un mondo fermatosi al medioevo, in cui le donne hanno un ruolo subalterno. Un po’ come nel ciclo di Darkover della Marion Zimmer Bradley, è un tentativo di recuperare, in forme italiane, una visione della società dalla parte femminile.

Poi ritorna alla narrativa breve grazie alla rinascita della rivista Futuro, pubblicata da Perseo Libri di Bologna. In qualità di co – editore ospita racconti italiani, ma anche francesi, tedeschi, spagnoli e di varie lingue slave; nella nuova pubblicazione sono esclusi gli scrittori anglosassoni, che hanno già tanto spazio altrove, e per questo la rivista è ribattezzata Futuro Europa. Questa si caratterizza – come del resto la sua produzione narrativa – per un approccio più umanistico alla fantascienza, distaccandosi dal modello più scientifico di matrice anglo – americana, in favore di riferimenti culturali italiani ma anche europei e latini. Qui vengono tenuti a battesimo molti nuovi autori tra cui parecchi vincitori del Premio Urania e (modestamente) anche il sottoscritto.

Da quel momento, in una sorta di ri­sveglio letterario, Aldani scrive incessantemente nuovi racconti, (poi raccolti da Malaguti in diverse antologie che formano attualmente l’opera omnia dello scrittore) e due nuovi romanzi: il primo è La croce di ghiaccio, impegnativa vicenda dalle tematiche religiose (che richiama film come Mission o Manto nero, nonchè racconti come The streets of Askalon di Harrison e Prometheus di Farmer). Segue Themoro korik, che riprende e amplia argomenti a lui cari sul folclore delle popolazioni zingare, già presentate in Quando le radici. Lino aveva tenuto stretti rapporti con i Rom e i Sinti, in qualità di insegnante, e infatti il suo romanzo contiene un’interessante appendice con un dizionarietto bilingue.

Oggi una piccola parte di questa produzione viene offerta in ristampa da Mondadori, grazie all’impegno della figlia Elettra e del suo storico agente letterario Piergiorgio Nicolazzini: così una nuova generazione di lettori può accostarsi alla sua opera.

Concludo con un ultimo ricordo personale. Per i suoi 80 anni, la casa editrice di Malaguti gli aveva organizzato una festa presso il ristorante Gli Amici del Po. Hanno partecipato praticamente tutti i grandi nomi della fantascienza italiana: c’erano Antonio Bellomi, Renato Pestriniero, Giuseppe Lippi, Vittorio Curtoni, Ugo Malaguti, Armando Corridore. Luigi Petruzzelli e Adalberto Cersosimo. È stato un evento irripetibile, perché purtroppo sono ormai quasi tutti scomparsi. Restano a ricordare l’evento Cersosimo e i due un po’ più giovani: Luca Ortino e il sottoscritto, che cercano di portare avanti la tradizione realizzando la rivista World SF Italia, ormai giunta al 18° numero, sulla falsariga di Futuro Europa.

 

Franco Piccinini

 

Franco Piccinini parteciperà il 18 settembre 2026 alle ore 18.00 alla festa del paese di San Cipriano Po che ricorderà il suo illustre concittadino, nonchè ex sindaco, per il centenario della nascita, ripercorrendo la carriera di una delle voci più significative della fantascienza italiana. Vi lasciamo in allegato la locandina dell’evento.

 


Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:

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