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Coyote vs ACME: la recensione di Franco Piccinini

Franco Piccinini ci porta alla scoperta del film ‘Coyote vs ACME’ uscito nel 2026.

Data di pubblicazione:

SIAMO TUTTI COME WILLY COYOTE

Ho appena visto al cinema “Coyote vs Acme”, film ibrido davvero delizioso, miscela di animazione e attori veri. Non potevo mancare all’appuntamento perché il coyote è da sempre uno dei miei personaggi preferiti. Quando ho pubblicato il mio ultimo romanzo “Il tempo è come un fiume”, nelle dediche finali ho inserito il suo nome assieme a quello di Paperino. Il motivo è presto detto: alla luce delle attuali conoscenze della scienza, il viaggio nel tempo è impossibile, perché violerebbe una serie di leggi della fisica. È proprio ciò che accade sia a Willy Coyote (Wile E. Coyote nell’originale) sia a Donald Duck, cioè Paperino. Entrambi sono costantemente perseguitati da una sfortuna cosmica, con le leggi della fisica che vengono sistematicamente violate e si rivoltano contro di loro (soprattutto la forza di gravità e l’inerzia). Eppure loro continuano ostinatamente a provarci, a lottare, a cercare di ottenere i loro obiettivi: è questo a rendermeli simpatici.

In un suo famoso pezzo blues, il cantautore Eugenio Finardi si esprimeva così:

“Io mi sento come Vil Coyote

Che cade ma non molla mai

Che fa progetti strampalati e troppo complicati

E quel Bip-bip lui non lo prenderà mai”

 

Lo stesso regista Dave Green, in una intervista, mostra di pensarla come me. Ha dichiarato: “Il coyote è il più ottimista di tutti i Looney Tunes. Ogni giorno si sveglia aspettandosi di mangiare stufato di Roadrunner ed è convinto di riuscirci …  credo che in questo personaggio ci sia un vero e proprio modello di vita. La sua passione, la sua resilienza e la sua perseveranza sono incredibili dimostrazioni di ottimismo”.

A questo punto è doveroso un avviso: non portateci i vostri figli, se già non conoscono i personaggi. Non è un film dedicato ai bambini di oggi. Caso mai, si rivolge ai bambini di una volta, quelli che sono cresciuti senza dimenticare la propria infanzia

 

Il film inizia con l’ennesimo insuccesso del nostro eroe, che viene battuto ancora da Beep Beep e decide che ne ha abbastanza, che è il momento di reagire. Dal 1949, in 77 anni di vita, nessun congegno della ACME da lui usato ha mai funzionato. Così Willy Coyote vede il cartellone che pubblicizza le gesta di un avvocato (interpretato da Will Forte) e decide di assumerlo: si chiama Kevin Avery, dello studio Avery, Jones e Maltese (i cognomi non sono casuali, dato che corrispondono ai grandi creatori di animazioni presso la Warner Bros).

Ma l’avvocato è sfortunato quanto il coyote: è un uomo deluso dalla vita ed è diventato un mozzaorecchi, specializzato nelle cause in difesa dei cartoon. Di solito rappresenta chi è stato spiaccicato da un masso caduto dal cielo o da un treno in corsa e la sua specialità è trovare un accordo rapido e il più redditizio possibile (soprattutto per se stesso).

Quando però Avery scopre che a difendere ACME c’è il suo spietato ex capo, Buddy Crane (l’ex lottatore di wrestlig John Cena, ormai attore a tempo pieno), il rapporto avvocato-cliente si trasforma. I due finiscono per allearsi, mentre la trama si infittisce come nei migliori legal thriller di John Grisham, con tanto di sicario pagato per eliminare i testimoni e d’informatore segreto tipo “gola profonda” (e non posso dirvi chi sono, dovete vederlo …)

A proposito del suo ruolo, John Cena ha detto: «Sono cresciuto con quei cartoni animati e sul set mi sono sentito come un bambino che diventa grande ammirando un atleta per poi ritrovarsi in campo, a giocare con lui».

Qui mi fermo: non posso rivelare altro della trama del film, che è davvero pieno di sorprese.

 

CHI ERA CHUCK JONES

L’inventore di questo e altri personaggi si chiama Charles Martin Jones, detto Chuck (1912 – 2002). È stato un regista, produttore cinematografico e sceneggiatore statunitense. È soprattutto celebre per il suo lavoro sulle serie di cortometraggi animati Looney Tunes e Merrie Melodies  per lo studio della Warner Bros Cartoons, anche se nel corso di una lunghissima carriera ha prodotto tante cose diverse, tra cui il film TV “Come il Grinch rubò il Natale” (1966) di cui ho parlato ampiamente in passato (cfr. Weird & Fantasy Magazine n°2). Non era l’unico artista della Warner: assieme a lui hanno lavorato grandi maestri dell’animazione come Bob Clampett (l’inventore di Porky Pig), Fritz Freleng (con l’eccezionale Pantera Rosa), Michael Maltese e Tex Avery (creatore di Bugs Bunny, Daffy Duck e tanti altri), ma di tutti Jones è sicuramente quello che è diventato più popolare.

Wile E. Coyote e il suo antagonista Road Runner (Beep Beep in italiano) furono creati da lui nel 1949, durante l’epoca d’oro dei Looney Tunes, iniziata per contrastare al cinema i cortometraggi della Disney. In quella lontana epoca, i cartoni animati erano infatti presentati al cinema come intermezzo, alternati alla proiezione dei lungometraggi. Non c’era ancora la televisione, che in seguito avrebbe riciclato quei filmati facendo la loro fortuna.

Il coyote e lo struzzo superveloce fanno parte di quella serie di nuovi personaggi dai comportamenti bizzarri e stralunati (questo il significato letterale di looney) che vennero ideati per dare nuovo slancio alla produzione: è così che così sono nati Silvestro, Titti e la Nonnina, Taz il diavolo di Tasmania, la moffetta francese Pepé Le Pew, il gallo prepotente e presuntuoso Foghorn Leghorn. Li si ritrova tutti nel film, a vario titolo. In originale erano quasi tutti doppiati da un solo attore: Mel Blanc, l’uomo dalle mille voci. Tutti tranne il coyote, che non parla e si esprime tutt’al più con dei cartigli. Quei personaggi sono ormai entrati nell’immaginario collettivo, anche se oggi sono un po’ in declino, poiché le nuove generazioni hanno nuovi idoli, rappresentati soprattutto dagli “anime”, i cartoni giapponesi, e dai videogiochi. In  effetti ho notato che i bambini più piccoli durante il film sono un po’ spaesati, perché vedono personaggi a loro poco familiari, rispetto agli adulti.

Un aspetto interessante è l’ambientazione in un deserto stilizzato, modellato su quelli veri dell’ovest degli Stati Uniti. Innanzi tutto il West è il luogo di origine di Tex Avery e dello stesso Jones, ma principalmente il coyote è un personaggio centrale della mitologia dei nativi americani, che abitavano e ancora abitano le praterie e i deserti del sud ovest degli USA. Si tratta di colui che li aveva introdotti nel mondo e che per loro aveva dipinto il cielo, riempiendolo di stelle. In parte è un demiurgo, un dio vero e proprio, ma è anche un imbroglione, un burlone maldestro, all’occasione anche malvagio.

Da questo punto di vista, gli eterni inseguimenti fra il coyote e il Road Runner (letteralmente un “corridore della strada”, in pratica uno struzzo con il turbo) non sono che la versione più moderna di un mito ancestrale. D’altra parte Wile in inglese significa “astuzia”, “inganno”. Wile E. Coyote (diventato Willy in italiano) è quindi la versione umoristica dell’imbroglione divino, del trickster che crea, distrugge e inganna: non diversamente dagli dei antichi come Dioniso o Hermes. Questa interpretazione è stata usata nel romanzo di Christopher Moore “Il ritorno del dio Coyote” (Coyote Blue, pubblicato nel 1993), mentre il sottoscritto se n’è occupato nell’antologia di storie fanta – western “Orizzonti lontani”.

 

I FILM “IBRIDI”

La vecchia idea della Disney su come fare questi film con attori veri e personaggi disegnati (Mary Poppins, Pomi d’ottone, Elliot il drago eccetera) è stata completamente rivoluzionata dopo l’uscita nel 1988 di “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”: all’epoca è stato un esperimento cinematografico coraggioso, prodotto nel 1988 da Touchstone Pictures, etichetta “minore” che Disney Company utilizza in occasione di prodotti non destinati proprio a tutta la famiglia.

Da allora non più escono più solo film “family – friendly”, per i ragazzini e le loro famiglie, ma film con significati e linguaggio adatti anche agli adulti. Ci sono stati  parecchi seguaci, come il film di Ralph Bakshi “Cool world” (1992) , con una memorabile Kim Basinger che da fumetto sexy si trasforma in una dea bionda in carne e ossa, o come quello di Bruno Bozzetto “Allegro non troppo” (1976).  Di recente, anche Pikachu, il protagonista dei cartoni giapponesi sui mostriciattoli tascabili chiamati  Pokemon è stato coinvolto in un film ibrido: Detective Pikachu, del 2019. Nonostante questi esempi, sono stati Roger Rabbit e la premiata ditta Spielberg / Zemeckis a segnare il cambiamento.

A proposito del capostipite di questi film, va ricordato che in “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, sotto la sapiente regia di Robert Zemeckis e con la supervisione di Steven Spielberg (questa volta in veste di produttore esecutivo), si vedono in presenza contemporanea personaggi animati provenienti dalle più diverse case di produzione. È stato un ambizioso cross-over: i rapporti di Steven Spielberg con le majors di Hollywood hanno consentito a Zemeckis di ottenere i diritti per l’utilizzo di numerosi personaggi. In questo modo la pellicola ha coronato il sogno di grandi e piccini di vedere (per la prima e unica volta) gli eroi di Walt Disney e di Warner comunicare tra di loro.

Alzi la mano chi, ancora oggi, non si diverte come un bambino nell’osservare Topolino  interagire con Bugs Bunny e Paperino con Daffy Duck. Tutti ci ricordiamo ovviamente anche di Jessica Rabbit, l’ammaliante compagna di Roger, con la sua immortale frase: “Non sono cattiva, è che mi disegnano così”. È da ricordare anche la scena dell’incontro con Betty Boop, che aveva le più belle gambe del cinema a cartoni animati, prima dell’arrivo della rivale dai capelli rossi. Ora vende sigari nel locale di Jessica Rabbit e sta nascosta nella penombra, essendo un personaggio in bianco e nero.

Il film spesso assume i toni del noir, giocando a imitare le classiche detective stories, e proietta lo spettatore in una ipotetica Hollywood del 1947, in cui i personaggi animati sono realmente esistenti: vivono in una città animata raggiungibile anche dagli esseri umani, Cartoonia, un ghetto suburbano da cui escono se vengono scritturati per partecipare ai film d’animazione. Questo schema sarà poi utilizzato anche in “Coyote vs ACME”.

Il protagonista umano è il detective Eddie Valiant, interpretato dal compianto Bob Hoskins, che ha perso suo fratello per mano di un cartone ed è caduto in una profonda depressione, che annega nell’alcool. Qui si citano evidentemente i personaggi iconici del genere come Philip Marlowe e Sam Spade.

Il cattivone di turno è il tenebroso giudice Morton, che dà una spietata caccia a Roger Rabbit, accusandolo di aver ucciso un uomo. Verso la fine si scoprono i suoi veri scopi: la distruzione della città animata di Cartoonia per lasciare spazio a una superstrada con cui guadagnare milioni di dollari (sembra un’idea presa da film adulti come “Chinatown” di Polanski). Morton ha un aspetto sinistro, è pallido e non sbatte mai le palpebre; veste in maniera elegante, con tanto di occhiali scuri, borsalino nero e bastone da passeggio. A interpretare il ruolo di questo spietato magistrato è Cristopher Lloyd, noto anche per aver impersonato il lunatico Doc Brown di “Ritorno al futuro” e il paranoico di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”: fu scelto dopo che Christopher Lee rifiutò la parte. Lo stesso Christopher Lloyd è stato il primo a comprendere la natura del suo personaggio: gli è bastato leggere che non avrebbe mai dovuto sbattere le palpebre per intravedere nel giudice Morton qualcosa di “non umano”.

Dopo questo successo, altre produzioni hanno cercato di sfruttare il filone. Oltre a quelli già ricordati va menzionato “Space Jam”, naturalmente, con tutti i Looney Tunes riuniti: ne parleremo tra poco.

Anche George Murphy, il supervisore agli effetti per “Coyote vs ACME” ha riconosciuto il suo debito verso il capolavoro di Zemeckis del 1988: il suo obiettivo era “creare un’evoluzione dello stile, restando fedeli al modello originale”. Per far recitare Willy con gli attori è stato costruito un pupazzo a grandezza naturale, animato dal veterano Dave Barclay, già capo marionettista proprio di Roger Rabbit.

In conclusione “Coyote vs ACME” è davvero valido, e mescola una comicità slapstick intelligente e surreale, nello stile dei Looney Tunes, ad una acuta satira legale. Contiene inoltre una sorprendente profondità emotiva, con temi quali l’amicizia, l’ottimismo e la perseveranza.

Per una di quelle strane coincidenze della vita, “Coyote vs ACME” è anche la storia di una battaglia legale autentica, combattuta fuori dal set. Secondo il protagonista Will Forte “emergono dei paralleli tra la ACME e la situazione che abbiamo vissuto con la Warner. Sembra che il potere di queste multinazionali cresca a dismisura di anno in anno.” Tra il 2022 e il 2023 Discovery, la divisione di Warner Bros che aveva prodotto il film, decide di non distribuirlo per ottenere un vantaggio fiscale, dichiarando una perdita. Ma il pubblico degli appassionati e quelli che hanno lavorato al progetto, a partire dal regista Dave Green, cominciano a protestare. Il film è finito, perché non distribuirlo? Alla fine, messi sotto pressione, dopo quattro anni di dispute legali gli studios rimettono il film sul mercato e se lo aggiudica Ketchup Entertainment. Intanto il film ha suscitato un enorme clamore su internet e ottenuto recensioni iniziali positive, ma gli è stata riservata una piccola perfidia finale: una data di uscita a fine agosto, subito dopo due giganteschi block – buster come “L’Odissea” di Cristopher Nolan e “Spiderman – brand new day”, il che potrebbe danneggiare l’affluenza in sala.

 

INFLUENZE FANTASCIENTIFICHE

Ci si potrebbe chiedere: ma che c’entra Chuck Jones con la fantascienza?

C’entra eccome, in più di un modo.

Innanzi tutto ci sono diversi suoi cartoni che satireggiano bonariamente la vecchia space opera. C’è il personaggio di Marvin the Martian (inizialmente chiamato Martian Maggot), che è stato ideato proprio da Chuck Jones quando ha notato che uno dei maggiori nemici di Bugs Bunny, Yosemite Sam, era forte e violento ma non riusciva mai a combinare granché. Jones ha inventato così un personaggio opposto: quieto e dal parlare gentile, ma in grado di distruggere un intero mondo.

Marvin proviene dal pianeta Marte ed è per questo che si presenta vestito con un’armatura e un elmo da antico guerriero romano, come il dio simbolo del suo pianeta (ma con le scarpe da tennis). La sua testa è una sfera nera con occhi ed è privo di bocca, pur potendo parlare. Spesso è accompagnato dal suo cane “K-9” ed è deciso a distruggere la Terra, solo perché gli ostruisce la vista di Venere.

A fermarlo provvede inizialmente Bugs Bunny, ma successivamente arriva una versione futuribile di Daffy Duck, con tanto di elmetto, calzamaglia e mantello svolazzante. Il suo nome è Duck Dodgers (in passato noto in italiano anche come Daffy Rogers) ed è ovviamente la parodia di Buck Rogers.

Il successo di questo personaggio è tale che Marvin viene scritturato come arbitro nel film ibrido “Space Jam”, in cui i personaggi dei Looney Tunes vincono una sfida a basket contro dei giganteschi alieni, grazie al loro coach “Magic” Johnson. Il piccolo marziano, essendo sia un alieno come i mostri, sia un cartone come i Looney Tunes, è neutrale nel conflitto, ma si rivela del tutto inefficace a dirigere la partita.

Segnalo su di lui altre due piccole curiosità.

Nel 2013 il regista Alfonso Cuarón gli dedica un singolare cameo nel film “Gravity”. Per i cinefili più incalliti: credo voglia essere una citazione del film di George Pal “Destination Moon”, in cui la forza di gravità e la spinta dei razzi venivano spiegate da Woody Woodpecker, o Picchiarello se preferite. Li potete trovare entrambi facilmente su You Tube.

Ho letto inoltre che il personaggio dei fumetti DC Lanterna Verde talvolta prende in giro Martian Manhunter, suo frequente compagno nella Justice League, chiamandolo “Marvin”.

A riprova della forte influenza sull’immaginario collettivo di Willy Coyote e delle sue disavventure, segnalo anche che esiste in Italia un gruppo di appassionati di modellismo spaziale, cioè con l’hobby di costruire e far volare modelli di vettori spaziali, utilizzando unicamente motori già pronti in commercio. Dispongono  delle attrezzature per i lanci, di un campo appropriato ed autorizzato e di due assicurazioni specifiche per questa attività. Ovviamente il nome dell’associazione è “ACME Italia”, e il suo logo mostra l’immagine di un certo coyote a cavallo di uno dei suoi razzi. Li trovate qui:   https://www.acmeitalia.org/

 

L’influenza di questi personaggi animati si è allargata anche ad alcuni famosi scrittori americani di fantascienza. Immagino che nella loro cultura non ci sia da vergognarsi a farlo. Di sicuro lo scrittore americano mediamente non è snob come quello europeo.

  1. David GERROLD con la novella “Il bambino marziano” (The Martian Child, Fantasy & Science Fiction, set. 1994) ha vinto il premio Hugo, Nebula e Locus. È una storia commovente, legata in parte a vicende personali dell’autore. Il protagonista è uno scrittore single, che decide di adottare un bambino; ma mentre il figlio cresce si accorge che è iperattivo, si comporta in modo sempre più strano e a volte riesce ad anticipare ciò che sta per accadere. Lo scrittore incomincia a rendersi conto di quello che non va quando vede in TV un cartone animato della Warner. Quell’episodio è stato realizzato da Chuck Jones, per una volta senza far ricorso ai soliti animali parlanti dei Looney Tunes: “Scherzi del cosmo” (Rocket – bye baby) del 1956. Nel cartoon, la cicogna ha scambiato due bambini, per cui il neonato marziano è arrivato sulla Terra, mentre l’umano è finito su Marte. In entrambi i casi, i genitori sono sconvolti e non capiscono i comportamenti anomali dei due piccoli.
  2. Paul DI FILIPPO nel racconto “Il continuum di Jones”, (The Jones Continuum, Science Fiction Eye # 3, mar. 1988) manda una spedizione di esplorazione, con tanto di task force militare, attraverso un portale dimensionale che ricorda molto “Stargate”. Solo che, giunti dall’altra parte, i malcapitati esploratori si ritrovano in un mondo dove le leggi della fisica, in particolare l’inerzia e la forza di gravità, non funzionano. Subiscono così gli stessi incidenti di Wile E. Coyote, perché sono finiti nel continuum spazio-temporale che segue le regole di Jones. Di Chuck Jones.
  3. Clifford D. SIMAK ha citato più volte nella sua opera i cartoni della Disney e della Warner: Segnalo in particolare  “La riserva  dei folletti” (The goblin reservation, 1968), in cui una tigre dai denti a sciabola viene trascinata nel futuro con una macchina del tempo e addomesticata. A questo punto gli scienziati trovano per l’animale il nome più logico: Silvestro. Segue “L’immaginazione al potere” (Out of Their Minds, Putnam, New York, 1970), nel quale cade la barriera tra sogno e realtà a causa di un incantesimo. Non è il solito romanzo fantasy: qui escono dalla mente delle persone tutte le creature dell’immaginazione e così, tra demoni e ghoul, ci si può imbattere negli eroi dei film western o in un certo topo con i guanti gialli e la cosa a frustino. Concludo con il premio Hugo “La grotta dei cervi danzanti” (Grotto of the Dancing Deer, Analog, ago. 1980), in cui un archeologo fa una scoperta stupefacente: una grotta come quella di Lascaux, dove però i cervi danzanti sono disegnati con mano sicura nello stile dei cartoni animati di Disney e Warner Bros. Chi lo ha fatto e perché non ve lo voglio svelare: dovrete leggerlo.
  4. E questo è tutto, gente!

 

Franco Piccinini

 


Franco Piccinini (Asti, 1954), si è laureato a Pavia e fino a poco tempo fa ha esercitato la professione di medico. Grande esperto e cultore di fantascienza, ha pubblicato i romanzi “Ritorno a Liberia” (tratto dal suo primo racconto), “Il tempo è come un fiume”, il saggio “Scienza medica e fantasie scientifiche” (finalista al Premio Italia 2012 e vincitore del Premio Vegetti 2018), oltre a vari articoli su Nova SF* e racconti su Futuro Europa. Di recente ha pubblicato il saggio “Mondi Sotterranei” per i 700 anni di Dante. Nel 2011 ha iniziato a collaborare con l’editore Solfanelli e con Delos Digital. E’ un grande amico della Biblioteca Bonetta e ha precedentemente scritto per il nostro sito anche i seguenti contributi:

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